Cultura, affettività e diritti umani: cosa accade in carcere quando le relazioni diventano ponti

Parlare di diritti umani all’interno di un Festival dedicato a questo tema significa anche guardare ai luoghi dove i diritti rischiano più facilmente di essere negati o dimenticati: le carceri.
Spesso percepiti come spazi lontani dalla vita quotidiana, sono invece lo specchio autentico del livello di civiltà di una società. È lì, nei luoghi di reclusione, che la dignità della persona deve essere affermata con maggiore forza. Ed è proprio da lì che può partire un percorso di riconciliazione con sé stessi e con la comunità esterna.

In questo contesto si inserisce il lavoro di A.Vo.C., che da anni porta avanti attività culturali ed espressive come strumenti di risocializzazione. Cultura e affettività, infatti, sono due dimensioni capaci di rimettere in movimento ciò che l’esperienza detentiva tende a bloccare: la comunicazione, il senso di identità, la relazione con l’altro.


Laboratori che aprono spazi

Nel corso dell’ultimo anno A.Vo.C. ha avviato diversi laboratori all’interno della Casa Circondariale Rocco D’Amato di Bologna, in collaborazione con il Consorzio l’Arcolaio e la Cooperativa Società Dolce, nell’ambito del progetto “Territori per il Reinserimento”, finanziato dalla Cassa delle Ammende, dalla Regione Emilia-Romagna e dal Comune di Bologna.

Tra questi, due hanno avuto un ruolo particolarmente significativo: il laboratorio di piccolo artigianato e quello di origami modulari.
Il loro valore non sta solo nelle competenze pratiche che trasmettono, ma soprattutto nel contesto umano che creano: un ambiente in cui la fiducia, l’ascolto e la creatività diventano occasioni di crescita.

Un ringraziamento speciale va alla mediatrice culturale Carolina Sifontes, che ha seguito con dedizione la progettazione, e ai volontari Fabio Berlanda, responsabile dell’area progetti, Giacomo Marchesini, ideatore del laboratorio di artigianato, e Tobia Collodet, presenza costante e preziosa.


Giovani adulti e un plastico di legno che parla di appartenenza

Il laboratorio di piccolo artigianato ha coinvolto giovani detenuti tra i 20 e i 25 anni, spesso protagonisti di percorsi detentivi brevi e frammentati, segnati dal fenomeno delle “porte girevoli”.
Per loro costruire un plastico in legno delle Due Torri di Bologna è stato molto più che un esercizio manuale: è stato un gesto simbolico.
Significa contribuire, seppure in modo semplice, alla città che vivono quasi sempre solo attraverso i racconti, ma a cui appartengono.
Un modo per dire: “Ci siamo anche noi”.

E in questo riconoscimento silenzioso c’è già molto della nozione di diritto umano: il diritto a essere parte di una comunità.


Origami nella sezione protetti: quando una piega diventa un gesto di cura

Il laboratorio di origami prosegue invece da due anni nella sezione protetti, una delle più isolate. Lì vivono persone che portano addosso non solo il peso della detenzione, ma anche quello di uno stigma sociale più forte.

Si è cominciato da un’azione semplice: piegare la carta insieme.
E da quel gesto è nata una dimensione di serenità, di ascolto reciproco, di umanità condivisa.

Gli oggetti creati — a volte piccoli, a volte sorprendenti nella loro complessità — vengono spesso donati a operatori, volontari o familiari. È un atto simbolico, ma potentissimo: dice che, nonostante tutto, si può ancora comunicare.

Oggi il laboratorio va avanti autonomamente: ogni giovedì le persone detenute si ritrovano nella saletta di socialità per continuare a creare nuove figure. Quando possibile, i volontari sono con loro. A volte si parla molto; altre, si lavora in silenzio. Ma è un silenzio che costruisce legami.


Cultura, emozioni e conoscenza di sé

Accanto ai laboratori manuali, A.Vo.C. propone percorsi culturali ed educativi che stimolano la riflessione sulle emozioni e sulla propria storia personale.

Le attività sono molte:

  • lettura di poesie e brani d’autore, per attivare pensieri e ricordi
  • analisi di immagini e fotografie, da cui emergono interpretazioni legate alla percezione di sé e del limite (morale, fisico, emotivo)
  • ascolto di musica, soprattutto su temi come libertà, nostalgia, speranza, amicizia
  • visione di film, scelti dagli stessi detenuti, come occasione per discutere di autorità, relazioni familiari, crescita
  • esercizi di scrittura, tra cui lettere a sé stessi, al giudice, a un amico immaginario o a un “io” del passato
  • imitazioni creative, che trasformano testi seri in versioni ironiche, prose in poesie, e viceversa

La regola è una sola: non si parte mai chiedendo direttamente “parlami di te”.
Si parte da un testo, da un’immagine, da una canzone. Il resto arriva da sé, in modo naturale e spesso sorprendente.

Alla fine di ogni percorso viene spesso chiesto di scrivere una pagina personale: ne emergono riflessioni profonde, consapevolezze nuove, a volte veri e propri cambi di prospettiva.


Costruire ponti: quando i mondi finalmente si parlano

Tutto il lavoro di A.Vo.C. in carcere si può riassumere in un’immagine semplice: la costruzione di ponti.
Ponti tra la persona e la sua storia, tra il dentro e il fuori, tra mondi che altrimenti non si incontrerebbero mai.

Creare ponti significa anche avvicinare realtà che spesso non si conoscono o non si parlano.
E quando finalmente succede, accade qualcosa di straordinario: si genera riconoscimento, empatia, umanità condivisa.

Un esempio molto bello arriva da uno dei nostri incontri scuola–carcere.
Dopo un dialogo tra studenti e volontari, un ragazzo ha voluto lasciare un messaggio ai detenuti. Si chiama Michelangelo, e le sue parole dicono molto più di qualsiasi discorso teorico sul valore del dialogo tra mondi lontani:

“Vi scrivo per farvi arrivare un pensiero sincero, per farvi sapere che non siete soli nel silenzio delle vostre giornate. Scrivo queste parole con il cuore aperto, e spero di raggiungervi anche se non ho avuto modo di conoscervi.
So che la vostra realtà è particolarmente dura e ogni giorno richiede una forza enorme, spesso silenziosa.
E infine desidero dirvi che non siete dimenticati e vi sono vicino con rispetto e umanità.
Spero che queste parole possano portarvi un po’ di gioia, respiro e presenza in quella stretta buia cella”.

Da: Michelangelo, 14 anni*

Ecco: anche questo significa parlare di diritti umani.

Significa aprire spazi dove la parola circola, dove il dolore viene riconosciuto, dove ciò che è separato torna a comunicare.
Significa scoprire che, quando i ponti si costruiscono davvero, non cambiano solo le persone che vivono il carcere, ma cambiano anche gli sguardi di chi sta fuori.

E proprio lì, tra due mondi che finalmente si incontrano, nasce qualcosa di straordinario.