Alla Dozza, per qualche ora, il carcere torna a essere una casa

di Massimo Pedretti e Maria Caterina Bombarda

Ci sono luoghi dove il tempo sembra fermarsi.
Dove gli abbracci diventano impossibili, le carezze vietate, la quotidianità un ricordo lontano. Il carcere è uno di questi luoghi. Eppure, una volta all’anno, alla Casa circondariale della Dozza di Bologna accade qualcosa di straordinario: le porte non si aprono soltanto ai visitatori, ma agli affetti.

Da oltre quindici anni, infatti, la Festa della Famiglia trasforma il carcere in uno spazio diverso. Più umano. Più caldo. Più vicino alla vita di fuori.

Dal 11 al 17 maggio, la sala polivalente della Dozza tornerà a riempirsi di tavoli apparecchiati, profumo di pranzo, voci di bambini, sorrisi trattenuti troppo a lungo. Per quasi 850 persone detenute e per le loro famiglie, saranno ore preziose di normalità condivisa.

Quando un pranzo vale molto più di un pranzo

Per chi vive il carcere, anche i gesti più semplici possono diventare eccezionali.

Sedersi accanto ai propri figli.
Versare l’acqua a tavola.
Prendere un caffè insieme.
Scambiarsi una parola senza il filtro della distanza.

Durante i normali colloqui, infatti, il contatto fisico è limitato e regolato rigidamente. Gli incontri avvengono spesso in ambienti freddi, scanditi dal tempo e dalle regole. Per molti bambini, il carcere rischia di diventare il luogo dove non si possono più abbracciare mamma o papà.

La Festa della Famiglia prova a rompere, almeno per qualche ora, questa barriera invisibile.

E allora succede qualcosa di semplice e potentissimo: il carcere si riempie di vita.

I bambini giocano insieme grazie alle attività organizzate dai volontari. Le famiglie mangiano attorno allo stesso tavolo. Ci si alza, si chiacchiera, si ride. Si torna, per un pomeriggio, a sentirsi famiglia.

Un’iniziativa che parla di dignità

Dietro questa esperienza c’è il lavoro dei volontari di AVOC, l’Associazione Volontari Carcere attiva a Bologna dal 1993. Non soltanto organizzano l’evento, ma cucinano, servono ai tavoli, accolgono le persone, costruiscono relazioni.

È un volontariato concreto, fatto di presenza e ascolto.
Un modo per ricordare che la pena non può cancellare i legami affettivi e che il reinserimento sociale passa anche dalla possibilità di continuare a sentirsi figli, genitori, compagni.

In un tempo in cui il carcere viene spesso raccontato solo attraverso numeri, emergenze e cronaca, questa iniziativa restituisce invece uno sguardo diverso: quello dell’umanità.

Una comunità che entra in carcere

La Festa della Famiglia esiste anche grazie alla collaborazione tra istituzioni, volontariato e imprese del territorio. La direzione della Dozza, guidata da Rosa Alba Casella, sostiene da anni il progetto, insieme alle aziende che contribuiscono concretamente donando prodotti e risorse.

Il menù preparato per l’occasione racconta anch’esso il desiderio di creare un momento autenticamente conviviale: antipasto, tortelloni burro e salvia, fragole con panna, dessert e caffè. Un pranzo che fuori potrebbe sembrare normale, ma che dentro il carcere assume il sapore raro della condivisione.

Durante la settimana saranno presenti anche rappresentanti delle istituzioni cittadine e del coordinamento carcere, a testimonianza di quanto il tema dei legami familiari sia centrale nel percorso di reinserimento delle persone detenute.

Perché nessuno smetta di sentirsi amato

La Festa della Famiglia non cancella il carcere.
Non elimina il dolore della separazione, né le responsabilità individuali. Ma ricorda una cosa essenziale: nessuna persona è soltanto il proprio errore.

Dietro ogni detenuto esistono relazioni, figli che aspettano, madri che resistono, compagni e compagne che continuano a esserci.

E forse è proprio da qui che può nascere davvero un cambiamento: dalla possibilità di sentirsi ancora parte di una comunità, ancora degni di affetto, ancora umani.

Per qualche ora, alla Dozza, il carcere smette di essere solo un luogo di detenzione.
E torna a essere un luogo dove ci si incontra. Dove ci si riconosce. Dove, nonostante tutto, si può ancora essere famiglia.

Inaugurato il caseificio Granarolo–FID alla Dozza: un nuovo passo verso lavoro e reinserimento

È stata una giornata significativa per la nostra associazione: all’interno della Casa circondariale della Dozza di Bologna è stato inaugurato il caseificio Granarolo–FID, un progetto che rappresenta una vera pietra miliare nel nostro impegno per promuovere lavoro, dignità e opportunità concrete di reinserimento.

Dopo cinque anni di inattività, il caseificio torna operativo con un obiettivo chiaro: offrire percorsi professionali a persone detenute, contribuendo a costruire un futuro diverso. A regime, il progetto darà lavoro a sei detenuti (attualmente tre già assunti), affiancati da 18 volontari Avoc.

🎥 È possibile vedere il video di presentazione della giornata qui:
https://www.youtube.com/watch?v=CuGRu6jC9Kc

I numeri del progetto
Il caseificio lavorerà circa 800 quintali di latte all’anno, donato dalla cooperativa Gran Latte e trasformato grazie alla collaborazione con Granarolo. La produzione sarà dedicata alle caciotte, destinate alla vendita nei circuiti Coop Alleanza 3.0 e nelle mense Camst.

Dietro questi numeri ci sono storie, percorsi e possibilità concrete di cambiamento. Il lavoro si conferma ancora una volta uno strumento fondamentale di riabilitazione e reinserimento sociale.

Durante l’inaugurazione è emerso con chiarezza un messaggio importante: anche una sola vita cambiata giustifica l’impegno collettivo. Questo progetto dimostra che costruire opportunità è possibile, anche nei contesti più complessi.

Allo stesso tempo, resta una riflessione aperta: sono ancora pochi i detenuti che hanno accesso al lavoro. Iniziative come questa indicano però una strada concreta da percorrere e rafforzare.

Il valore dei volontari
Un ringraziamento speciale va a tutti i volontari che, con fiducia ed entusiasmo, hanno scelto di sostenere questa iniziativa fin dall’inizio. Il loro contributo è stato ed è fondamentale per rendere possibile tutto questo.

Continuiamo insieme a costruire, passo dopo passo, percorsi di dignità, responsabilità e speranza.

Scuola e carcere: quando l’incontro cambia lo sguardo

Quando il carcere entra in classe

Cosa succede quando il carcere entra in classe? Non come argomento astratto, ma attraverso voci, volti, storie reali. È da questa domanda che nasce Scuola Carcere, il progetto sostenuto dall’Associazione Volontari per il carcere AVOC nelle scuole superiori di Bologna: un’esperienza che rompe schemi, apre dialoghi e lascia un segno profondo negli studenti.

Non si tratta di una lezione tradizionale. Non ci sono solo numeri, norme o descrizioni del sistema penitenziario. Al centro c’è l’incontro: tra giovani e adulti, tra chi vive fuori e chi ha conosciuto il carcere, tra pregiudizi e realtà.


Le voci di chi c’era

A raccontarlo sono Paolo Ferratini e Gabriella Fenocchio, che hanno preso parte agli incontri portando la loro esperienza.

Per Paolo Ferratini, il progetto ha avuto anche un significato personale particolare:
“Nel mio caso si è trattato di un’esperienza particolare, perché l’incontro si è svolto nella scuola che ho lasciato pochi mesi fa e dove ho insegnato per un quarto di secolo. Tornarci in altra veste mi ha permesso di guardare alle cose di sempre con un occhio diverso, più distante ma non per questo meno partecipe.”

Un ritorno che si è trasformato in scoperta. Anche grazie a un dettaglio apparentemente secondario: il cambio di aula.
“Lo spostamento nella più ridotta aula video ha consentito infatti una interazione molto più immediata, annullando quelle distanze fisiche che spesso ostacolano il dialogo.”

E il dialogo, in effetti, è il cuore dell’esperienza. Dopo una breve introduzione, sono le testimonianze degli ex detenuti a catalizzare l’attenzione. E soprattutto, sono le domande degli studenti a fare la differenza.
“Ci ha positivamente sorpreso la quantità di domande… talvolta anche ‘scomode’… a cui i testimoni hanno risposto senza reticenze.”

Domande dirette, senza filtri. Risposte altrettanto dirette. È qui che qualcosa cambia: il carcere smette di essere un’idea lontana e diventa una realtà complessa, umana, difficile da semplificare.

E l’effetto non si esaurisce in quelle due ore.
“Una collega ci ha raccontato che la lezione successiva non era possibile parlare d’altro… Dalla discussione è emersa anche l’opinione… che l’incontro sia stato uno dei momenti più significativi dell’intero percorso scolastico.”

Per Paolo, il senso è chiaro:
“È importante passare dalle scuole per educare i cittadini di domani ad una conoscenza matura del sistema penitenziario, sottratta alle distorsioni mediatiche e ai luoghi comuni.”


Riconoscersi nell’altro

Anche Gabriella Fenocchio sottolinea il valore di questo tipo di esperienza, soprattutto quando inserita in un percorso più ampio che può includere anche la visita al carcere. Ma ciò che colpisce davvero è la trasformazione che avviene durante l’incontro.

“Dopo alcune diffidenze iniziali, il confronto si apre a domande sempre più dirette e personali… a cui corrispondono racconti altrettanto schietti.”

È un processo graduale, ma evidente. Gli studenti partono spesso da una distanza, da un’idea di “alterità”. Poi qualcosa si incrina.

“Si legge con nettezza nei loro sguardi, il riconoscimento di una comune umanità che non avrebbero pensato di trovare.”

È forse questo il passaggio più potente: quando il “diverso” smette di esserlo. Quando il detenuto non è più una categoria, ma una persona.

Gabriella, con lunga esperienza nel mondo della scuola, non ha dubbi sull’unicità di questi incontri: “Del tutto eccezionali sono l’attenzione, la partecipazione e l’intensità con cui gli studenti vivono le due ore.”

E individua un elemento chiave: la forza della testimonianza.
“Una cosa è ascoltare chi insegna ciò che è ‘giusto’ e ciò che è ‘sbagliato’, tutt’altra è ricevere messaggi analoghi da chi sulla propria carne ha fatto esperienza della colpa.”

È una forma di apprendimento che non passa solo dalla mente, ma anche dall’empatia, dal confronto, dal mettersi in discussione.


Un’esperienza che lascia il segno

Le riflessioni degli studenti, raccolte dopo l’incontro, vanno proprio in questa direzione:
la revisione degli stereotipi, la comprensione della complessità della colpa e del percorso di cambiamento, la scoperta — forse inattesa — di trovarsi di fronte, alla fine, a “persone come loro”.

Scuola Carcere non offre risposte semplici. Ma apre domande importanti. E soprattutto costruisce uno spazio raro: quello in cui è possibile ascoltare davvero, senza pregiudizi.

È lì che nasce una consapevolezza nuova. Ed è da lì che può partire, forse, anche un modo diverso di guardare alla giustizia, alla pena e alla società.

In memoria di Gigi Guizzardi

Volontario AVoC e amico di tutti

L’associazione AVoC ricorda con affetto e gratitudine Luigi “Gigi” Guizzardi, socio volontario che per anni ha donato tempo, attenzione e umanità alle persone più fragili, dentro e fuori il carcere.

Come ha ricordato il cappellano del carcere Marcello Mattè durante la celebrazione esequiale: Gigi è stato prima di tutto un uomo capace di costruire relazioni autentiche. Amava chiamare tutti “amici”, senza lasciare fuori nessuno. Per lui l’accoglienza non era una parola, ma uno stile di vita: ogni persona meritava ascolto, rispetto e possibilità, così com’era.

A queste parole si è unito un ricordo personale di Roberto Lolli che racconta bene chi fosse Gigi: più volte, negli anni, si è presentato con naturale determinazione alle direttrici della Dozza per ottenere piccole “forniture” destinate a chi ne aveva bisogno. Dietro ogni richiesta c’era sempre la stessa motivazione: «La sua dignità ne ha bisogno.»
Magari arrivava la ramanzina, ma anche il riconoscimento della sua instancabile disponibilità. E lui, con semplicità, rispondeva: «Quel ragazzo ne aveva bisogno.»

Questo era Gigi: concreto, ostinato nel bene, profondamente attento alla dignità di ogni persona.

Grazie, Gigi, per il bene seminato. Continuerà a vivere nei passi di chi hai incontrato e accompagnato.

Segue di seguito al link il testo dell’omelia di p. Marcello

Ramadan in carcere: il volontariato come ponte di dignità, diritti e riconoscimento

di Maria Caterina Bombarda

Come ogni anno, anche nel 2026 AVOC partecipa con convinzione e continuità all’iniziativa di sostegno alle persone detenute in occasione del mese di Ramadan, che quest’anno si svolgerà dal 17 febbraio al 19 marzo 2026.
Un impegno che non nasce dall’emergenza, ma dalla scelta consapevole di esserci, nel tempo, accanto a chi vive la detenzione in una condizione di particolare fragilità.

L’iniziativa è realizzata insieme al Coordinamento Carcere Navile, al Quartiere Navile, a Empori Case Zanardi – Comune di Bologna, alla Comunità Islamica di Bologna, Associazione Uva Passa e a Islamic Relief, in collaborazione con l’Ufficio del Garante comunale per i diritti delle persone private della libertà personale. Una rete ampia e plurale, che dimostra come il carcere non sia un mondo separato, ma uno spazio che interroga la responsabilità collettiva.

Un dato che interpella

Secondo il Rapporto Antigone, al 31 marzo 2024 i detenuti stranieri presenti nelle carceri italiane erano 19.108, pari al 31,3% della popolazione detenuta complessiva. Una percentuale significativa, che invita a riflettere non solo sulle condizioni materiali della detenzione, ma anche sulle dimensioni identitarie, culturali e religiose che la attraversano.

Per molti cittadini stranieri, vivere in un altro Paese significa mettere continuamente in discussione la propria identità. In questo contesto, il concetto di “integrazione” rischia talvolta di essere percepito come una rinuncia alla propria storia, alla propria lingua, alla propria fede.
Questa tensione si accentua in carcere, dove la privazione della libertà si somma alla distanza dalla famiglia, alla barriera linguistica e alla difficoltà di comprendere il sistema giuridico e penitenziario.

Un gesto concreto che parla di diritti

È dentro questo quadro complesso che si inserisce l’iniziativa per il Ramadan. Come segno concreto di vicinanza, sostegno e attenzione, particolarmente importante per le persone più vulnerabili, verrà distribuita una sporta di alimenti contenente, tra le altre cose: olio, latte, riso, legumi, biscotti, datteri, succhi e tè.

Le sporte saranno destinate a 250 persone adulte detenute alla Dozza e a tutti i 50 ragazzi detenuti al Pratello.
Ogni partner contribuisce mettendo a disposizione risorse economiche o beni alimentari; AVOC, da sempre impegnata in questa iniziativa, si occuperà dell’acquisto degli alimenti mancanti, confermando una presenza costante e affidabile.

Il valore del volontariato

Questa iniziativa non è solo una distribuzione di beni materiali. È un gesto che riconosce la dignità delle persone, il loro diritto a vivere la propria fede, la propria identità e il proprio tempo di detenzione senza essere ridotti a numeri o categorie.
È un modo concreto per dire che il carcere riguarda tutti e che il volontariato, quando è continuo e condiviso, può diventare un ponte tra dentro e fuori, tra istituzioni e società civile, tra differenze che non devono trasformarsi in distanza.

📍 Luogo di confezionamento
Via Pallavicini 13, Bologna – Sala Verde

🗓 Giorni e orari

  • Lunedì 3 febbraio: dalle 15.30 circa – scarico dei prodotti
  • Martedì 4 febbraio: dalle 9.30 circa – confezionamento delle sporte
    👉 giornata fondamentale: servono molti volontari per concludere il lavoro in giornata
  • Mercoledì 5 febbraio: carico dei pacchi e consegna ai due istituti
    👉 servono volontari anche per lo scarico all’interno dei carceri

Partecipare significa fare spazio. E, insieme, rendere il carcere un luogo un po’ più umano.

Nel tempo della pena: piccoli gesti che cambiano vite

*di Maria Caterina Bombarda

Entrare in carcere non è mai “neutro”. Chi lo fa come volontario lo sa: non ci sono storie pronte, non ci sono colori vivaci. Il carcere è spesso grigio, pesante, segnato dalla fatica quotidiana e da vite interrotte. Eppure, proprio lì, ogni giorno succede qualcosa che ci riguarda tutti.

Il volontariato in carcere non è solo un gesto di buon cuore. È una scelta culturale e civile: credere che la dignità umana non si cancella con una condanna e che la società ha il dovere di interrogarsi su cosa succede dietro quelle mura.


Persone prima dei reati

Alla Casa Circondariale di Bologna “Rocco D’Amato”, i volontari di Avoc incontrano uomini e donne privati della libertà e, spesso, anche della speranza. Molti sono giovani, senza un progetto di vita, senza reti solide, senza strumenti per immaginare un futuro diverso.

Il carcere da solo non basta: se resta solo contenimento, aumenta la probabilità di recidiva. Ma il volontariato dimostra che un’altra strada è possibile.


Piccoli gesti, grandi significati

Distribuire vestiti o prodotti per l’igiene sembra semplice, ma significa restituire dignità e cura di sé. Significa dire: “Tu conti, anche qui”.

I colloqui di ascolto – oltre 3.500 in un anno – offrono spazi senza giudizio, dove le persone possono raccontarsi e sentirsi viste e ascoltate. In carcere, ascoltare è rivoluzionario: interrompe l’isolamento, riapre relazioni, restituisce responsabilità.


Cultura e spiritualità inclusiva: semi di libertà

Laboratori di filosofia, arte, scrittura, musica, origami, cucito o lettura ad alta voce non sono attività ricreative. Sono spazi in cui riscoprire capacità, pensiero critico, parola e ascolto reciproco.

Si impara a fermarsi, riflettere, sbagliare e ricominciare. Fiducia, ascolto e creatività diventano strumenti di crescita per tutti.

I Gruppi Vangelo e di spiritualità non fanno proselitismo. Sono spazi di dialogo tra fedi, culture e storie diverse. Si parla di libertà, perdono, responsabilità, pace e senso della vita. In un carcere sempre più eterogeneo, diventano luoghi di riconoscimento reciproco.


Lavoro: costruire dignità

Il lavoro in carcere non è un privilegio, ma uno strumento di responsabilità e futuro. Progetti come il caciottificio della Dozza, in procinto di partenza, dimostrano come imparare un mestiere e assumersi responsabilità possa trasformare vite e ridurre la recidiva.

Il lavoro restituisce identità, fiducia e possibilità di reinserimento nella società. Investire in iniziative simili significa investire in sicurezza sociale, non solo in assistenza.


Le sfide non mancano, ma noi continuiamo ad esserci

Il carcere resta sovraffollato, gli spazi limitati, le risorse scarse. Il volontariato non sostituisce educatori o psicologi, ma li affianca, testimonia ciò che manca e porta attenzione su ciò che può essere migliorato.

Raccontare il carcere solo come luogo di sofferenza o di speranza sarebbe ingiusto. Serve onestà e coraggio per mostrare entrambe le facce.

I volontari entrano in carcere non perché sia facile, ma perché “sanno che lì c’è qualcuno che li aspetta”. Persone fragili, con storie complesse, che restano parte della nostra comunità.

Il volontariato in carcere è responsabilità collettiva. Ci ricorda che la qualità di una società si misura anche da come tratta chi ha sbagliato. La speranza, quando è condivisa, non è ingenua: è una scelta.

Cultura, affettività e diritti umani: cosa accade in carcere quando le relazioni diventano ponti

Parlare di diritti umani all’interno di un Festival dedicato a questo tema significa anche guardare ai luoghi dove i diritti rischiano più facilmente di essere negati o dimenticati: le carceri.
Spesso percepiti come spazi lontani dalla vita quotidiana, sono invece lo specchio autentico del livello di civiltà di una società. È lì, nei luoghi di reclusione, che la dignità della persona deve essere affermata con maggiore forza. Ed è proprio da lì che può partire un percorso di riconciliazione con sé stessi e con la comunità esterna.

In questo contesto si inserisce il lavoro di A.Vo.C., che da anni porta avanti attività culturali ed espressive come strumenti di risocializzazione. Cultura e affettività, infatti, sono due dimensioni capaci di rimettere in movimento ciò che l’esperienza detentiva tende a bloccare: la comunicazione, il senso di identità, la relazione con l’altro.


Laboratori che aprono spazi

Nel corso dell’ultimo anno A.Vo.C. ha avviato diversi laboratori all’interno della Casa Circondariale Rocco D’Amato di Bologna, in collaborazione con il Consorzio l’Arcolaio e la Cooperativa Società Dolce, nell’ambito del progetto “Territori per il Reinserimento”, finanziato dalla Cassa delle Ammende, dalla Regione Emilia-Romagna e dal Comune di Bologna.

Tra questi, due hanno avuto un ruolo particolarmente significativo: il laboratorio di piccolo artigianato e quello di origami modulari.
Il loro valore non sta solo nelle competenze pratiche che trasmettono, ma soprattutto nel contesto umano che creano: un ambiente in cui la fiducia, l’ascolto e la creatività diventano occasioni di crescita.

Un ringraziamento speciale va alla mediatrice culturale Carolina Sifontes, che ha seguito con dedizione la progettazione, e ai volontari Fabio Berlanda, responsabile dell’area progetti, Giacomo Marchesini, ideatore del laboratorio di artigianato, e Tobia Collodet, presenza costante e preziosa.


Giovani adulti e un plastico di legno che parla di appartenenza

Il laboratorio di piccolo artigianato ha coinvolto giovani detenuti tra i 20 e i 25 anni, spesso protagonisti di percorsi detentivi brevi e frammentati, segnati dal fenomeno delle “porte girevoli”.
Per loro costruire un plastico in legno delle Due Torri di Bologna è stato molto più che un esercizio manuale: è stato un gesto simbolico.
Significa contribuire, seppure in modo semplice, alla città che vivono quasi sempre solo attraverso i racconti, ma a cui appartengono.
Un modo per dire: “Ci siamo anche noi”.

E in questo riconoscimento silenzioso c’è già molto della nozione di diritto umano: il diritto a essere parte di una comunità.


Origami nella sezione protetti: quando una piega diventa un gesto di cura

Il laboratorio di origami prosegue invece da due anni nella sezione protetti, una delle più isolate. Lì vivono persone che portano addosso non solo il peso della detenzione, ma anche quello di uno stigma sociale più forte.

Si è cominciato da un’azione semplice: piegare la carta insieme.
E da quel gesto è nata una dimensione di serenità, di ascolto reciproco, di umanità condivisa.

Gli oggetti creati — a volte piccoli, a volte sorprendenti nella loro complessità — vengono spesso donati a operatori, volontari o familiari. È un atto simbolico, ma potentissimo: dice che, nonostante tutto, si può ancora comunicare.

Oggi il laboratorio va avanti autonomamente: ogni giovedì le persone detenute si ritrovano nella saletta di socialità per continuare a creare nuove figure. Quando possibile, i volontari sono con loro. A volte si parla molto; altre, si lavora in silenzio. Ma è un silenzio che costruisce legami.


Cultura, emozioni e conoscenza di sé

Accanto ai laboratori manuali, A.Vo.C. propone percorsi culturali ed educativi che stimolano la riflessione sulle emozioni e sulla propria storia personale.

Le attività sono molte:

  • lettura di poesie e brani d’autore, per attivare pensieri e ricordi
  • analisi di immagini e fotografie, da cui emergono interpretazioni legate alla percezione di sé e del limite (morale, fisico, emotivo)
  • ascolto di musica, soprattutto su temi come libertà, nostalgia, speranza, amicizia
  • visione di film, scelti dagli stessi detenuti, come occasione per discutere di autorità, relazioni familiari, crescita
  • esercizi di scrittura, tra cui lettere a sé stessi, al giudice, a un amico immaginario o a un “io” del passato
  • imitazioni creative, che trasformano testi seri in versioni ironiche, prose in poesie, e viceversa

La regola è una sola: non si parte mai chiedendo direttamente “parlami di te”.
Si parte da un testo, da un’immagine, da una canzone. Il resto arriva da sé, in modo naturale e spesso sorprendente.

Alla fine di ogni percorso viene spesso chiesto di scrivere una pagina personale: ne emergono riflessioni profonde, consapevolezze nuove, a volte veri e propri cambi di prospettiva.


Costruire ponti: quando i mondi finalmente si parlano

Tutto il lavoro di A.Vo.C. in carcere si può riassumere in un’immagine semplice: la costruzione di ponti.
Ponti tra la persona e la sua storia, tra il dentro e il fuori, tra mondi che altrimenti non si incontrerebbero mai.

Creare ponti significa anche avvicinare realtà che spesso non si conoscono o non si parlano.
E quando finalmente succede, accade qualcosa di straordinario: si genera riconoscimento, empatia, umanità condivisa.

Un esempio molto bello arriva da uno dei nostri incontri scuola–carcere.
Dopo un dialogo tra studenti e volontari, un ragazzo ha voluto lasciare un messaggio ai detenuti. Si chiama Michelangelo, e le sue parole dicono molto più di qualsiasi discorso teorico sul valore del dialogo tra mondi lontani:

“Vi scrivo per farvi arrivare un pensiero sincero, per farvi sapere che non siete soli nel silenzio delle vostre giornate. Scrivo queste parole con il cuore aperto, e spero di raggiungervi anche se non ho avuto modo di conoscervi.
So che la vostra realtà è particolarmente dura e ogni giorno richiede una forza enorme, spesso silenziosa.
E infine desidero dirvi che non siete dimenticati e vi sono vicino con rispetto e umanità.
Spero che queste parole possano portarvi un po’ di gioia, respiro e presenza in quella stretta buia cella”.

Da: Michelangelo, 14 anni*

Ecco: anche questo significa parlare di diritti umani.

Significa aprire spazi dove la parola circola, dove il dolore viene riconosciuto, dove ciò che è separato torna a comunicare.
Significa scoprire che, quando i ponti si costruiscono davvero, non cambiano solo le persone che vivono il carcere, ma cambiano anche gli sguardi di chi sta fuori.

E proprio lì, tra due mondi che finalmente si incontrano, nasce qualcosa di straordinario.

Origami e piccolo artigianato dal Carcere di Bologna

Dal 20 al 31 ottobre 2025 – Biblioteca Salaborsa, Piazza del Nettuno 3

Discorso di presentazione

di M. Caterina Bombarda, Presidente A.Vo.C. odv

Buon pomeriggio a tutte e a tutti,

oggi è una giornata davvero importante per la nostra associazione, perché finalmente diamo risalto a un percorso che ha richiesto tempo, dedizione e fiducia. Dopo un anno di attività per il laboratorio di piccolo artigianato e due anni di lavoro per quello di origami, possiamo condividere con la città il risultato di questi progetti di reinserimento sociale delle persone detenute nella Casa Circondariale Rocco D’Amato – Dozza.

Prima di entrare nel merito, desidero salutare e ringraziare le persone che hanno accolto il nostro invito e che oggi sono qui con noi:

  • Matilde Madrid, assessora al Welfare del Comune di Bologna,
    Antonio Ianniello, Garante per i Diritti delle Persone private della Libertà personale del Comune di Bologna,
  • Annalisa Faccini, direttrice dell’Area Coesione Sociale di ASP Città di Bologna 
  • Sara Buttura, referente per la Cooperativa Sociale Società Dolce

Grazie davvero per la vostra presenza e per la collaborazione preziosa che ci avete offerto in questo cammino.

Questa mostra può sembrare, a prima vista, una piccola goccia nell’oceano. E forse lo è. Ma è proprio nelle piccole cose che si misurano i passi concreti verso il cambiamento.
Gli origami di carta e le opere in legno che vedete qui non sono semplici oggetti: sono il frutto di un percorso di formazione, ascolto e fiducia, nati nei laboratori promossi da A.Vo.C. in collaborazione con il Consorzio l’Arcolaio e la Cooperativa Società Dolce, nell’ambito del progetto “Territori per il Reinserimento”, finanziato dalla Cassa delle Ammende Regione Emilia-Romagna e il Comune di Bologna.

Desidero ringraziare in particolare Carolina Sifontes, mediatrice culturale che ci ha seguito con grande dedizione in tutta la fase di progettazione e i nostri soci volontari, tra loro: Fabio Berlanda, responsabile dell’area progetti di A.Vo.C., per l’impegno costante, Giacomo Marchesini, mente creativa del laboratorio di piccolo artigianato e Tobia Collodet.

Come dicevo, il valore di questi laboratori è anche nel contesto da cui provengono.
Il laboratorio di piccolo artigianato, dedicato alla costruzione del plastico in legno delle Due Torri di Bologna, ha coinvolto i giovani adulti detenuti nella fascia tra i 20 e i 25 anni. Si tratta di persone spesso caratterizzate da percorsi di detenzione brevi e discontinui, soggette a quello che chiamiamo fenomeno delle porte girevoli: entrate e uscite dal carcere che rendono difficile costruire un progetto di vita stabile.
Per loro, partecipare a un laboratorio di artigianato significa non solo imparare un mestiere, ma anche contribuire simbolicamente alla città, scegliendo di rappresentare proprio le Torri di Bologna: un segno di appartenenza, un modo per dire “ci siamo anche noi”.

Diverso ma altrettanto importante è il laboratorio di origami, attivo da due anni nella sezione protetti della Dozza.
Parliamo di persone che vivono in una condizione di maggiore isolamento per motivi di sicurezza, e che spesso portano su di sé un forte stigma sociale. Con loro abbiamo costruito una relazione a partire da un gesto semplice: piegare la carta insieme.
Attraverso gli origami modulari si è creata una dimensione di serenità, di ascolto reciproco, di umanità. Molti dei lavori realizzati vengono donati ai volontari, agli operatori, alle famiglie. È un modo per comunicare, per sentirsi ancora parte di una comunità.

Il laboratorio oggi prosegue in autonomia: ogni giovedì, nella saletta di socialità del carcere, le persone detenute si ritrovano per creare figure sempre più complesse. E noi volontari, quando possiamo, siamo lì con loro — per condividere un po’ di tempo, di parole e di silenzio.

Credo che sia proprio questo il senso profondo del nostro impegno: costruire ponti di relazione tra mondi che troppo spesso restano separati.
Dietro ogni piega e ogni tavoletta di legno c’è una storia di riscatto, un gesto di fiducia, un desiderio di ricominciare.

Vi ringrazio di cuore per essere qui oggi e per l’attenzione che dedicate a queste esperienze.
Ora passo volentieri la parola ai nostri ospiti, che ci aiuteranno a raccontare da diverse prospettive il valore e il significato di questo percorso.

Bologna, 25/10/2025

“Dona la spesa”: una giornata di solidarietà in COOP per i detenuti

Si è conclusa oggi con “Dona la spesa” una delle esperienze di generosità più emozionanti dell’anno.
Presso la Extracoop Centro Nova di Castenaso, abbiamo partecipato alla raccolta solidale di materiale scolastico che come AVoC abbiamo destinato alle persone detenute che frequentano percorsi di studio all’interno del carcere.

Fin dal mattino, tantissimi volontari si sono alternati davanti ai carrelli, accogliendo con un sorriso i cittadini che, con grande disponibilità, hanno deciso di donare quaderni, penne, matite, astucci e tutto ciò che può servire per studiare.
Abbiamo chiacchierato con le persone, spiegato il progetto e riempito scatoloni ordinati che andranno nei nostri magazzini per essere poi distribuiti alle associazioni amiche e soprattutto a chi, detenuto, sta cercando di ricostruire il proprio futuro attraverso l’istruzione.

Perché il materiale scolastico è così importante in carcere

Studiare in carcere non è facile. In Italia, solo una piccola percentuale dei detenuti riesce a frequentare l’università (circa il 3% a livello nazionale).
Le adesioni ai corsi di scuola media e superiore sono più alte, attorno al 34%, ma restano comunque una sfida che richiede grande impegno da parte dei Centri per l’Istruzione degli Adulti (CPIA), degli insegnanti e dei volontari che li sostengono.

Quaderni e penne possono sembrare dettagli, ma per chi vive dietro le sbarre sono strumenti di libertà: servono per fare i compiti, prendere appunti, preparare un esame o un diploma di scuola media, superiore e, in alcuni casi, persino per accedere a un percorso universitario.

Un gesto di speranza

Ogni quaderno lasciato nel carrello oggi è stato un gesto di speranza.
Speranza che, anche dopo la prova del carcere, queste persone possano trovare un nuovo cammino fatto di conoscenza, autonomia e fiducia nel proprio futuro.

Un grazie di cuore a tutti i volontari e a chi ha donato: la vostra generosità è la prova concreta che la comunità sa accogliere e credere nel cambiamento.


Vuoi dare una mano anche tu?

Se desideri partecipare alle prossime raccolte o diventare volontario AVOC, scrivici.
Ogni gesto, anche il più piccolo, può aprire una porta verso il futuro di qualcuno.

Dalla Dozza alla Tanzania: gli astucci che uniscono donne e ragazze

A inizio agosto 2025 sono stati distribuiti i kit scolastici realizzati dalle detenute del laboratorio di cucito e uncinetto della Casa circondariale di Bologna. Una storia di solidarietà che attraversa i confini.

Ragazze dell’Associazione Amici Mondo Indiviso (AMI) con i bambini del centro sociale

Dopo mesi di impegno, creatività e lavoro condiviso, a inizio agosto 2025 sono stati distribuiti gli astucci realizzati dalle donne detenute del carcere Dozza. Si tratta di un traguardo importante per il laboratorio di cucito e uncinetto, uno spazio che non è solo produzione di oggetti ma soprattutto occasione di incontro, di crescita personale e di restituzione alla comunità.

Il laboratorio, riavviato dall’Associazione Avoc odv nell’autunno del 2023 dopo la lunga interruzione dovuta alla pandemia, coinvolge attualmente 12 donne nel cucito e 9 nell’uncinetto. Qui si imparano tecniche pratiche, si riparano abiti, si recuperano materiali per ridurre sprechi e rifiuti, ma soprattutto si coltiva un clima di accoglienza e serenità che dà valore al tempo vissuto insieme.

Negli ultimi due anni il gruppo ha portato avanti attività significative:

  • la partecipazione a un defilé sul riuso e lo “spreco zero”, in collaborazione con DressAgain e Gomito a gomito;
  • la produzione di 75 quadratoni all’uncinetto per la grande coperta di “W Vittoria” a Ferrara, durante le giornate di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne;
  • la preparazione dei pacco-dono natalizi (borse, sciarpe, cappelli, piccoli giochi da tavolo), insieme al laboratorio maschile di piccola falegnameria, destinati alla casa di accoglienza L’Arca della Misericordia.
La solidarietà che attraversa i confini

Il passo successivo è stato ancora più ambizioso: la preparazione di un kit scolastico (borsa, astucci, pochette, portaocchiali) per sostenere il progetto in Tanzania dell’associazione Amici Mondo Indiviso (AMI), che promuove l’istruzione femminile attraverso borse di studio universitarie e liceali per ragazze indigenti.

Gli astucci prodotti alla Dozza sono destinati alle studentesse dello studentato di Mwanza – già casa per 17 ragazze universitarie, in gran parte future professioniste sanitarie – e ai bambini del centro sociale di AMI, che accoglie una sessantina di giovani della periferia.

A portarli in Tanzania è stato, ad agosto, un gruppo di ragazze italiane in partenza per un mese di esperienza missionaria. Gli astucci e gli altri oggetti realizzati nel laboratorio non sono semplici prodotti: diventano un ponte di solidarietà, che collega le donne della Dozza a ragazze e bambini dall’altra parte del mondo.

Questa consegna di metà luglio 2025 rappresenta molto più di un traguardo operativo: è la testimonianza che anche dentro le mura di un carcere si può generare cura, dignità e futuro condiviso.

Maria Caterina Bombarda

Associazione Volontari Carcere ODV