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Dona la Spesa: anche AVoC in campo per la scuola in carcere

Parola d’ordine: solidarietà circolare.

di Maria Caterina Bombarda

Sabato 12 settembre le volontarie e i volontari di AVoC hanno partecipato alla giornata “Dona la Spesa” di Coop Alleanza 3.0, raccogliendo materiale scolastico destinato alle persone detenute della Casa Circondariale di Bologna “Dozza” che stanno per iniziare un nuovo anno di scuola.

Quaderni, penne, matite, raccoglitori e altro materiale che possono sembrare piccoli oggetti, ma che per chi studia in carcere sono strumenti concreti per seguire le lezioni e affrontare il proprio percorso scolastico.

Che cos’è “Dona la Spesa”

L’iniziativa nasce nel 2016 dalla volontà di Coop Alleanza 3.0 di trasformare un gesto quotidiano come fare la spesa in un aiuto concreto per le persone e le realtà più fragili del territorio.

Nel corso degli anni “Dona la Spesa” si è sviluppata attraverso diverse raccolte, realizzate insieme alle associazioni, agli enti locali e ai soci volontari Coop. A settembre l’appuntamento è dedicato in particolare al materiale scolastico, che viene raccolto e successivamente distribuito alle realtà che ne hanno bisogno.

Anche quest’anno, nei punti vendita coinvolti, i volontari delle associazioni presenti hanno raccolto le donazioni e contribuito a indirizzarle verso le persone e le realtà del territorio.

Per AVoC, che da alcuni anni partecipa all’iniziativa, anche quest’anno quei materiali arriveranno dentro la Dozza, a disposizione delle persone detenute che frequentano i percorsi scolastici.

Un dettaglio che per noi conta molto

Tra le volontarie e i volontari che hanno partecipato alla raccolta c’erano anche alcune persone che hanno vissuto in prima persona l’esperienza della detenzione.

Oggi, tornate in libertà, hanno scelto di dedicare il proprio tempo a raccogliere materiale per chi si trova ancora in carcere.

È un passaggio concreto, senza bisogno di grandi parole: chi ieri era destinatario di aiuto oggi partecipa e dà una mano a qualcun altro.

Anche questa, per noi, è solidarietà circolare.

Grazie alle nostre volontarie e ai nostri volontari e grazie a tutte le persone che hanno scelto di donare.

Il materiale raccolto sarà presto nelle mani di chi, alla Dozza, tornerà sui banchi di scuola.

Perché anche dentro un carcere, avere un quaderno, una penna e la possibilità di studiare significa avere strumenti per costruire il proprio futuro.

Un ponte di colore tra carcere e città

Quando un muro smette di separare e diventa un luogo d’incontro

Ci sono muri che servono a separare.
E poi ci sono muri che possono diventare luoghi da attraversare con lo sguardo, con la fantasia, con le parole.

È da questa idea che nasce “Un ponte di colore tra Carcere e Città”, il progetto che A.Vo.C. – Associazione Volontari Carcere ODV sta sostenendo insieme al Quartiere Navile e che vuole portare l’arte fuori dalle mura della Dozza, trasformando un anonimo cavalcavia di via Ferrarese in un segno concreto di incontro tra due parti della stessa comunità.

Perché Bologna non è fatta soltanto delle strade che percorriamo ogni giorno.

C’è anche una “città di dentro”, quella che vive dietro le mura del carcere: persone, storie, fragilità, ma anche capacità, creatività, desiderio di imparare e di sentirsi ancora parte di una comunità.

E c’è la città di fuori, quella che passa accanto a quelle mura spesso senza sapere cosa accade dall’altra parte.

Il progetto nasce per avvicinare queste due città.

Un murale per dare forma a un ponte

L’idea è semplice e, proprio per questo, potente: realizzare un grande murale, 6 metri per 3, sotto il cavalcavia ferroviario di via Ferrarese, nel quartiere Navile.

A idearlo e realizzarlo saranno un gruppo di persone detenute della Casa Circondariale della Dozza insieme all’artista Fabio Del Monte, in arte Fabieke, attraverso un percorso di formazione e di lavoro condiviso.

Prima ci sarà il laboratorio dentro il carcere: quattro incontri dedicati al disegno, alle tecniche del writing, all’uso dei materiali e dei colori.

Ma non sarà soltanto un corso di street art.

Sarà un’occasione per imparare a lavorare insieme, confrontarsi, mettere in comune idee e capacità e trasformare un pensiero individuale in un’opera collettiva.

Poi arriverà il momento più importante: uscire dalle mura del carcere e portare quel lavoro nello spazio pubblico.

Nel mese di novembre, i partecipanti, a piccoli gruppi, contribuiranno alla realizzazione del murale sotto la guida dell’artista. Saranno loro, questa volta, a lasciare un segno visibile nella città.

Il muro che diventa ponte

Abbiamo scelto proprio un ponte perché ci è sembrata la metafora più bella per raccontare ciò che facciamo ogni giorno.

Un ponte collega ciò che è separato.

Permette di andare verso l’altra parte.

E soprattutto permette di incontrarsi.

Quel cavalcavia di via Ferrarese è già, fisicamente, un punto di passaggio tra luoghi della città e le strade che conducono verso la Dozza. Per questo vogliamo trasformarlo in qualcosa di più di un semplice attraversamento.

Vogliamo che diventi un luogo capace di raccontare che anche chi vive dentro il carcere può contribuire alla vita della città.

Il murale sarà la parte più visibile del progetto. Ma il vero cambiamento sarà quello che non si vedrà immediatamente.

Sarà nello sguardo di chi passerà sotto quel ponte e saprà che quell’opera è stata realizzata da persone detenute.

Sarà nella possibilità, per chi ha partecipato, di sentirsi riconosciuto non soltanto per la propria condizione di detenuto, ma per ciò che sa fare, per ciò che ha imparato, per ciò che ha saputo creare.

Sarà nell’idea che la pena non deve cancellare la persona né interrompere il legame con la comunità.

Perché abbiamo bisogno di tutti

Per realizzare il progetto sono necessari 7.500 euro.

Il Quartiere Navile contribuirà con 1.000 euro e A.Vo.C. con altri 1.000 euro. Restano da raccogliere 5.500 euro, necessari per sostenere il workshop, gli strumenti per la formazione, le vernici e tutti i materiali indispensabili alla realizzazione dell’opera.

Per questo abbiamo scelto di affidare una parte importante del progetto al crowdfunding.

Perché anche questa volta vogliamo che il ponte sia costruito insieme.

Ogni donazione, grande o piccola, è un passo.

Non chiediamo soltanto di finanziare un murale.

Chiediamo di sostenere un’idea: che una persona possa imparare, esprimersi, assumersi una responsabilità e lasciare qualcosa di bello alla comunità anche durante il periodo della detenzione.

Chiediamo di credere che l’inclusione non sia una parola astratta, ma qualcosa che può prendere forma concreta.

Anche attraverso un muro.

Quando passeremo sotto quel ponte

Immaginiamo già quel momento.

Una persona che passa sotto il cavalcavia di via Ferrarese, alza gli occhi e vede il murale.

Forse non saprà i nomi delle persone che lo hanno realizzato.

Forse non conoscerà le loro storie.

Ma saprà che quelle persone, per qualche giorno, sono uscite dalle mura della Dozza per lavorare insieme a un artista e per lasciare un segno nella città.

E forse si fermerà a guardare.

È questo che vorremmo accadesse.

Perché un ponte non serve soltanto ad arrivare dall’altra parte. Serve a ricordarci che dall’altra parte c’è qualcuno.

E allora quel murale sarà molto più di colore su un muro.

Sarà un messaggio, una possibilità, un gesto di fiducia.

Sarà, davvero, un ponte tra il carcere e la città.

Aiutaci a costruirlo

Il crowdfunding è aperto fino al 28 settembre 2026.

Puoi sostenere il progetto con una donazione sulla piattaforma Idea Ginger. Sono previste diverse modalità di sostegno, a partire da 5 euro, e ogni contributo contribuirà alla realizzazione del laboratorio e del murale.

Non importa quanto. Importa esserci.

Perché un ponte, per essere costruito, ha bisogno di tanti piccoli passi.

👉 Sostieni “Un ponte di colore tra Carcere e Città” e aiutaci a portare un po’ di quel colore fuori dalle mura.

Sostieni il progetto su Idea Ginger

Grazie a chi ci sarà.
Grazie a chi donerà.
Grazie a chi condividerà.

Perché anche condividere un’idea significa, a volte, iniziare a costruire un ponte.

Alla Dozza, per qualche ora, il carcere torna a essere una casa

di Massimo Pedretti e Maria Caterina Bombarda

Ci sono luoghi dove il tempo sembra fermarsi.
Dove gli abbracci diventano impossibili, le carezze vietate, la quotidianità un ricordo lontano. Il carcere è uno di questi luoghi. Eppure, una volta all’anno, alla Casa circondariale della Dozza di Bologna accade qualcosa di straordinario: le porte non si aprono soltanto ai visitatori, ma agli affetti.

Da oltre quindici anni, infatti, la Festa della Famiglia trasforma il carcere in uno spazio diverso. Più umano. Più caldo. Più vicino alla vita di fuori.

Dal 11 al 17 maggio, la sala polivalente della Dozza tornerà a riempirsi di tavoli apparecchiati, profumo di pranzo, voci di bambini, sorrisi trattenuti troppo a lungo. Per quasi 850 persone detenute e per le loro famiglie, saranno ore preziose di normalità condivisa.

Quando un pranzo vale molto più di un pranzo

Per chi vive il carcere, anche i gesti più semplici possono diventare eccezionali.

Sedersi accanto ai propri figli.
Versare l’acqua a tavola.
Prendere un caffè insieme.
Scambiarsi una parola senza il filtro della distanza.

Durante i normali colloqui, infatti, il contatto fisico è limitato e regolato rigidamente. Gli incontri avvengono spesso in ambienti freddi, scanditi dal tempo e dalle regole. Per molti bambini, il carcere rischia di diventare il luogo dove non si possono più abbracciare mamma o papà.

La Festa della Famiglia prova a rompere, almeno per qualche ora, questa barriera invisibile.

E allora succede qualcosa di semplice e potentissimo: il carcere si riempie di vita.

I bambini giocano insieme grazie alle attività organizzate dai volontari. Le famiglie mangiano attorno allo stesso tavolo. Ci si alza, si chiacchiera, si ride. Si torna, per un pomeriggio, a sentirsi famiglia.

Un’iniziativa che parla di dignità

Dietro questa esperienza c’è il lavoro dei volontari di AVOC, l’Associazione Volontari Carcere attiva a Bologna dal 1993. Non soltanto organizzano l’evento, ma cucinano, servono ai tavoli, accolgono le persone, costruiscono relazioni.

È un volontariato concreto, fatto di presenza e ascolto.
Un modo per ricordare che la pena non può cancellare i legami affettivi e che il reinserimento sociale passa anche dalla possibilità di continuare a sentirsi figli, genitori, compagni.

In un tempo in cui il carcere viene spesso raccontato solo attraverso numeri, emergenze e cronaca, questa iniziativa restituisce invece uno sguardo diverso: quello dell’umanità.

Una comunità che entra in carcere

La Festa della Famiglia esiste anche grazie alla collaborazione tra istituzioni, volontariato e imprese del territorio. La direzione della Dozza, guidata da Rosa Alba Casella, sostiene da anni il progetto, insieme alle aziende che contribuiscono concretamente donando prodotti e risorse.

Il menù preparato per l’occasione racconta anch’esso il desiderio di creare un momento autenticamente conviviale: antipasto, tortelloni burro e salvia, fragole con panna, dessert e caffè. Un pranzo che fuori potrebbe sembrare normale, ma che dentro il carcere assume il sapore raro della condivisione.

Durante la settimana saranno presenti anche rappresentanti delle istituzioni cittadine e del coordinamento carcere, a testimonianza di quanto il tema dei legami familiari sia centrale nel percorso di reinserimento delle persone detenute.

Perché nessuno smetta di sentirsi amato

La Festa della Famiglia non cancella il carcere.
Non elimina il dolore della separazione, né le responsabilità individuali. Ma ricorda una cosa essenziale: nessuna persona è soltanto il proprio errore.

Dietro ogni detenuto esistono relazioni, figli che aspettano, madri che resistono, compagni e compagne che continuano a esserci.

E forse è proprio da qui che può nascere davvero un cambiamento: dalla possibilità di sentirsi ancora parte di una comunità, ancora degni di affetto, ancora umani.

Per qualche ora, alla Dozza, il carcere smette di essere solo un luogo di detenzione.
E torna a essere un luogo dove ci si incontra. Dove ci si riconosce. Dove, nonostante tutto, si può ancora essere famiglia.

Inaugurato il caseificio Granarolo–FID alla Dozza: un nuovo passo verso lavoro e reinserimento

È stata una giornata significativa per la nostra associazione: all’interno della Casa circondariale della Dozza di Bologna è stato inaugurato il caseificio Granarolo–FID, un progetto che rappresenta una vera pietra miliare nel nostro impegno per promuovere lavoro, dignità e opportunità concrete di reinserimento.

Dopo cinque anni di inattività, il caseificio torna operativo con un obiettivo chiaro: offrire percorsi professionali a persone detenute, contribuendo a costruire un futuro diverso. A regime, il progetto darà lavoro a sei detenuti (attualmente tre già assunti), affiancati da 18 volontari Avoc.

🎥 È possibile vedere il video di presentazione della giornata qui:
https://www.youtube.com/watch?v=CuGRu6jC9Kc

I numeri del progetto
Il caseificio lavorerà circa 800 quintali di latte all’anno, donato dalla cooperativa Gran Latte e trasformato grazie alla collaborazione con Granarolo. La produzione sarà dedicata alle caciotte, destinate alla vendita nei circuiti Coop Alleanza 3.0 e nelle mense Camst.

Dietro questi numeri ci sono storie, percorsi e possibilità concrete di cambiamento. Il lavoro si conferma ancora una volta uno strumento fondamentale di riabilitazione e reinserimento sociale.

Durante l’inaugurazione è emerso con chiarezza un messaggio importante: anche una sola vita cambiata giustifica l’impegno collettivo. Questo progetto dimostra che costruire opportunità è possibile, anche nei contesti più complessi.

Allo stesso tempo, resta una riflessione aperta: sono ancora pochi i detenuti che hanno accesso al lavoro. Iniziative come questa indicano però una strada concreta da percorrere e rafforzare.

Il valore dei volontari
Un ringraziamento speciale va a tutti i volontari che, con fiducia ed entusiasmo, hanno scelto di sostenere questa iniziativa fin dall’inizio. Il loro contributo è stato ed è fondamentale per rendere possibile tutto questo.

Continuiamo insieme a costruire, passo dopo passo, percorsi di dignità, responsabilità e speranza.

Scuola e carcere: quando l’incontro cambia lo sguardo

Quando il carcere entra in classe

Cosa succede quando il carcere entra in classe? Non come argomento astratto, ma attraverso voci, volti, storie reali. È da questa domanda che nasce Scuola Carcere, il progetto sostenuto dall’Associazione Volontari per il carcere AVOC nelle scuole superiori di Bologna: un’esperienza che rompe schemi, apre dialoghi e lascia un segno profondo negli studenti.

Non si tratta di una lezione tradizionale. Non ci sono solo numeri, norme o descrizioni del sistema penitenziario. Al centro c’è l’incontro: tra giovani e adulti, tra chi vive fuori e chi ha conosciuto il carcere, tra pregiudizi e realtà.


Le voci di chi c’era

A raccontarlo sono Paolo Ferratini e Gabriella Fenocchio, che hanno preso parte agli incontri portando la loro esperienza.

Per Paolo Ferratini, il progetto ha avuto anche un significato personale particolare:
“Nel mio caso si è trattato di un’esperienza particolare, perché l’incontro si è svolto nella scuola che ho lasciato pochi mesi fa e dove ho insegnato per un quarto di secolo. Tornarci in altra veste mi ha permesso di guardare alle cose di sempre con un occhio diverso, più distante ma non per questo meno partecipe.”

Un ritorno che si è trasformato in scoperta. Anche grazie a un dettaglio apparentemente secondario: il cambio di aula.
“Lo spostamento nella più ridotta aula video ha consentito infatti una interazione molto più immediata, annullando quelle distanze fisiche che spesso ostacolano il dialogo.”

E il dialogo, in effetti, è il cuore dell’esperienza. Dopo una breve introduzione, sono le testimonianze degli ex detenuti a catalizzare l’attenzione. E soprattutto, sono le domande degli studenti a fare la differenza.
“Ci ha positivamente sorpreso la quantità di domande… talvolta anche ‘scomode’… a cui i testimoni hanno risposto senza reticenze.”

Domande dirette, senza filtri. Risposte altrettanto dirette. È qui che qualcosa cambia: il carcere smette di essere un’idea lontana e diventa una realtà complessa, umana, difficile da semplificare.

E l’effetto non si esaurisce in quelle due ore.
“Una collega ci ha raccontato che la lezione successiva non era possibile parlare d’altro… Dalla discussione è emersa anche l’opinione… che l’incontro sia stato uno dei momenti più significativi dell’intero percorso scolastico.”

Per Paolo, il senso è chiaro:
“È importante passare dalle scuole per educare i cittadini di domani ad una conoscenza matura del sistema penitenziario, sottratta alle distorsioni mediatiche e ai luoghi comuni.”


Riconoscersi nell’altro

Anche Gabriella Fenocchio sottolinea il valore di questo tipo di esperienza, soprattutto quando inserita in un percorso più ampio che può includere anche la visita al carcere. Ma ciò che colpisce davvero è la trasformazione che avviene durante l’incontro.

“Dopo alcune diffidenze iniziali, il confronto si apre a domande sempre più dirette e personali… a cui corrispondono racconti altrettanto schietti.”

È un processo graduale, ma evidente. Gli studenti partono spesso da una distanza, da un’idea di “alterità”. Poi qualcosa si incrina.

“Si legge con nettezza nei loro sguardi, il riconoscimento di una comune umanità che non avrebbero pensato di trovare.”

È forse questo il passaggio più potente: quando il “diverso” smette di esserlo. Quando il detenuto non è più una categoria, ma una persona.

Gabriella, con lunga esperienza nel mondo della scuola, non ha dubbi sull’unicità di questi incontri: “Del tutto eccezionali sono l’attenzione, la partecipazione e l’intensità con cui gli studenti vivono le due ore.”

E individua un elemento chiave: la forza della testimonianza.
“Una cosa è ascoltare chi insegna ciò che è ‘giusto’ e ciò che è ‘sbagliato’, tutt’altra è ricevere messaggi analoghi da chi sulla propria carne ha fatto esperienza della colpa.”

È una forma di apprendimento che non passa solo dalla mente, ma anche dall’empatia, dal confronto, dal mettersi in discussione.


Un’esperienza che lascia il segno

Le riflessioni degli studenti, raccolte dopo l’incontro, vanno proprio in questa direzione:
la revisione degli stereotipi, la comprensione della complessità della colpa e del percorso di cambiamento, la scoperta — forse inattesa — di trovarsi di fronte, alla fine, a “persone come loro”.

Scuola Carcere non offre risposte semplici. Ma apre domande importanti. E soprattutto costruisce uno spazio raro: quello in cui è possibile ascoltare davvero, senza pregiudizi.

È lì che nasce una consapevolezza nuova. Ed è da lì che può partire, forse, anche un modo diverso di guardare alla giustizia, alla pena e alla società.

Origami e piccolo artigianato dal Carcere di Bologna

Dal 20 al 31 ottobre 2025 – Biblioteca Salaborsa, Piazza del Nettuno 3

Discorso di presentazione

di M. Caterina Bombarda, Presidente A.Vo.C. odv

Buon pomeriggio a tutte e a tutti,

oggi è una giornata davvero importante per la nostra associazione, perché finalmente diamo risalto a un percorso che ha richiesto tempo, dedizione e fiducia. Dopo un anno di attività per il laboratorio di piccolo artigianato e due anni di lavoro per quello di origami, possiamo condividere con la città il risultato di questi progetti di reinserimento sociale delle persone detenute nella Casa Circondariale Rocco D’Amato – Dozza.

Prima di entrare nel merito, desidero salutare e ringraziare le persone che hanno accolto il nostro invito e che oggi sono qui con noi:

  • Matilde Madrid, assessora al Welfare del Comune di Bologna,
    Antonio Ianniello, Garante per i Diritti delle Persone private della Libertà personale del Comune di Bologna,
  • Annalisa Faccini, direttrice dell’Area Coesione Sociale di ASP Città di Bologna 
  • Sara Buttura, referente per la Cooperativa Sociale Società Dolce

Grazie davvero per la vostra presenza e per la collaborazione preziosa che ci avete offerto in questo cammino.

Questa mostra può sembrare, a prima vista, una piccola goccia nell’oceano. E forse lo è. Ma è proprio nelle piccole cose che si misurano i passi concreti verso il cambiamento.
Gli origami di carta e le opere in legno che vedete qui non sono semplici oggetti: sono il frutto di un percorso di formazione, ascolto e fiducia, nati nei laboratori promossi da A.Vo.C. in collaborazione con il Consorzio l’Arcolaio e la Cooperativa Società Dolce, nell’ambito del progetto “Territori per il Reinserimento”, finanziato dalla Cassa delle Ammende Regione Emilia-Romagna e il Comune di Bologna.

Desidero ringraziare in particolare Carolina Sifontes, mediatrice culturale che ci ha seguito con grande dedizione in tutta la fase di progettazione e i nostri soci volontari, tra loro: Fabio Berlanda, responsabile dell’area progetti di A.Vo.C., per l’impegno costante, Giacomo Marchesini, mente creativa del laboratorio di piccolo artigianato e Tobia Collodet.

Come dicevo, il valore di questi laboratori è anche nel contesto da cui provengono.
Il laboratorio di piccolo artigianato, dedicato alla costruzione del plastico in legno delle Due Torri di Bologna, ha coinvolto i giovani adulti detenuti nella fascia tra i 20 e i 25 anni. Si tratta di persone spesso caratterizzate da percorsi di detenzione brevi e discontinui, soggette a quello che chiamiamo fenomeno delle porte girevoli: entrate e uscite dal carcere che rendono difficile costruire un progetto di vita stabile.
Per loro, partecipare a un laboratorio di artigianato significa non solo imparare un mestiere, ma anche contribuire simbolicamente alla città, scegliendo di rappresentare proprio le Torri di Bologna: un segno di appartenenza, un modo per dire “ci siamo anche noi”.

Diverso ma altrettanto importante è il laboratorio di origami, attivo da due anni nella sezione protetti della Dozza.
Parliamo di persone che vivono in una condizione di maggiore isolamento per motivi di sicurezza, e che spesso portano su di sé un forte stigma sociale. Con loro abbiamo costruito una relazione a partire da un gesto semplice: piegare la carta insieme.
Attraverso gli origami modulari si è creata una dimensione di serenità, di ascolto reciproco, di umanità. Molti dei lavori realizzati vengono donati ai volontari, agli operatori, alle famiglie. È un modo per comunicare, per sentirsi ancora parte di una comunità.

Il laboratorio oggi prosegue in autonomia: ogni giovedì, nella saletta di socialità del carcere, le persone detenute si ritrovano per creare figure sempre più complesse. E noi volontari, quando possiamo, siamo lì con loro — per condividere un po’ di tempo, di parole e di silenzio.

Credo che sia proprio questo il senso profondo del nostro impegno: costruire ponti di relazione tra mondi che troppo spesso restano separati.
Dietro ogni piega e ogni tavoletta di legno c’è una storia di riscatto, un gesto di fiducia, un desiderio di ricominciare.

Vi ringrazio di cuore per essere qui oggi e per l’attenzione che dedicate a queste esperienze.
Ora passo volentieri la parola ai nostri ospiti, che ci aiuteranno a raccontare da diverse prospettive il valore e il significato di questo percorso.

Bologna, 25/10/2025

“Dona la spesa”: una giornata di solidarietà in COOP per i detenuti

Si è conclusa oggi con “Dona la spesa” una delle esperienze di generosità più emozionanti dell’anno.
Presso la Extracoop Centro Nova di Castenaso, abbiamo partecipato alla raccolta solidale di materiale scolastico che come AVoC abbiamo destinato alle persone detenute che frequentano percorsi di studio all’interno del carcere.

Fin dal mattino, tantissimi volontari si sono alternati davanti ai carrelli, accogliendo con un sorriso i cittadini che, con grande disponibilità, hanno deciso di donare quaderni, penne, matite, astucci e tutto ciò che può servire per studiare.
Abbiamo chiacchierato con le persone, spiegato il progetto e riempito scatoloni ordinati che andranno nei nostri magazzini per essere poi distribuiti alle associazioni amiche e soprattutto a chi, detenuto, sta cercando di ricostruire il proprio futuro attraverso l’istruzione.

Perché il materiale scolastico è così importante in carcere

Studiare in carcere non è facile. In Italia, solo una piccola percentuale dei detenuti riesce a frequentare l’università (circa il 3% a livello nazionale).
Le adesioni ai corsi di scuola media e superiore sono più alte, attorno al 34%, ma restano comunque una sfida che richiede grande impegno da parte dei Centri per l’Istruzione degli Adulti (CPIA), degli insegnanti e dei volontari che li sostengono.

Quaderni e penne possono sembrare dettagli, ma per chi vive dietro le sbarre sono strumenti di libertà: servono per fare i compiti, prendere appunti, preparare un esame o un diploma di scuola media, superiore e, in alcuni casi, persino per accedere a un percorso universitario.

Un gesto di speranza

Ogni quaderno lasciato nel carrello oggi è stato un gesto di speranza.
Speranza che, anche dopo la prova del carcere, queste persone possano trovare un nuovo cammino fatto di conoscenza, autonomia e fiducia nel proprio futuro.

Un grazie di cuore a tutti i volontari e a chi ha donato: la vostra generosità è la prova concreta che la comunità sa accogliere e credere nel cambiamento.


Vuoi dare una mano anche tu?

Se desideri partecipare alle prossime raccolte o diventare volontario AVOC, scrivici.
Ogni gesto, anche il più piccolo, può aprire una porta verso il futuro di qualcuno.

Dalla Dozza alla Tanzania: gli astucci che uniscono donne e ragazze

A inizio agosto 2025 sono stati distribuiti i kit scolastici realizzati dalle detenute del laboratorio di cucito e uncinetto della Casa circondariale di Bologna. Una storia di solidarietà che attraversa i confini.

Ragazze dell’Associazione Amici Mondo Indiviso (AMI) con i bambini del centro sociale

Dopo mesi di impegno, creatività e lavoro condiviso, a inizio agosto 2025 sono stati distribuiti gli astucci realizzati dalle donne detenute del carcere Dozza. Si tratta di un traguardo importante per il laboratorio di cucito e uncinetto, uno spazio che non è solo produzione di oggetti ma soprattutto occasione di incontro, di crescita personale e di restituzione alla comunità.

Il laboratorio, riavviato dall’Associazione Avoc odv nell’autunno del 2023 dopo la lunga interruzione dovuta alla pandemia, coinvolge attualmente 12 donne nel cucito e 9 nell’uncinetto. Qui si imparano tecniche pratiche, si riparano abiti, si recuperano materiali per ridurre sprechi e rifiuti, ma soprattutto si coltiva un clima di accoglienza e serenità che dà valore al tempo vissuto insieme.

Negli ultimi due anni il gruppo ha portato avanti attività significative:

  • la partecipazione a un defilé sul riuso e lo “spreco zero”, in collaborazione con DressAgain e Gomito a gomito;
  • la produzione di 75 quadratoni all’uncinetto per la grande coperta di “W Vittoria” a Ferrara, durante le giornate di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne;
  • la preparazione dei pacco-dono natalizi (borse, sciarpe, cappelli, piccoli giochi da tavolo), insieme al laboratorio maschile di piccola falegnameria, destinati alla casa di accoglienza L’Arca della Misericordia.
La solidarietà che attraversa i confini

Il passo successivo è stato ancora più ambizioso: la preparazione di un kit scolastico (borsa, astucci, pochette, portaocchiali) per sostenere il progetto in Tanzania dell’associazione Amici Mondo Indiviso (AMI), che promuove l’istruzione femminile attraverso borse di studio universitarie e liceali per ragazze indigenti.

Gli astucci prodotti alla Dozza sono destinati alle studentesse dello studentato di Mwanza – già casa per 17 ragazze universitarie, in gran parte future professioniste sanitarie – e ai bambini del centro sociale di AMI, che accoglie una sessantina di giovani della periferia.

A portarli in Tanzania è stato, ad agosto, un gruppo di ragazze italiane in partenza per un mese di esperienza missionaria. Gli astucci e gli altri oggetti realizzati nel laboratorio non sono semplici prodotti: diventano un ponte di solidarietà, che collega le donne della Dozza a ragazze e bambini dall’altra parte del mondo.

Questa consegna di metà luglio 2025 rappresenta molto più di un traguardo operativo: è la testimonianza che anche dentro le mura di un carcere si può generare cura, dignità e futuro condiviso.

Maria Caterina Bombarda

🎶 Ritmi in Gioco: un’estate a tempo di body percussion!

Si è appena conclusa un’esperienza che ci ha riempito di energia e sorrisi: il laboratorio di body percussion “Ritmi in Gioco”, organizzato da AVOC in collaborazione con la Cooperativa Società Dolce nell’ambito del progetto TPR Area 2 presentato lo scorso gennaio.

Presso la Casa circondariale “Dozza” di Bologna, un gruppo di giovani ragazzi tra i 21 e i 25 anni si è messo in gioco, letteralmente, imparando a suonare assieme gli strumenti musicali (tra cui congas, cembali, campanacci e timpani), e a trasformare il proprio corpo in uno strumento musicale. Con mani, piedi, voce e un pizzico di creatività, grazie al docente percussionista Manuele Preti, abbiamo esplorato insieme i suoni e le possibilità infinite della body percussion, affiancandola all’uso di strumenti a percussione tradizionali.

Il percorso, strutturato in incontri da due ore durante i mesi di luglio e agosto, è stato un mix di tecnica e divertimento: abbiamo imparato la notazione ritmica di base, sperimentato sequenze individuali e di gruppo, scoperto la magia della poliritmia, con più ritmi che si intrecciano contemporaneamente, e infine creato composizioni originali che abbiamo eseguito tutti insieme. Non solo: più volte è capitato che i ragazzi scendessero per il laboratorio in aula pedagogica portando addirittura le proprie composizioni musicali da suonare e ritmare in gruppo.

Molto più della musica!

Oltre alla musica, c’è stato molto altro: ascolto reciproco, coordinazione, collaborazione e, soprattutto, il piacere di condividere un’attività che unisce e fa sentire parte di un gruppo.

Per molti è stato il primo approccio alla musica “da dentro”, senza spartiti complicati o strumenti costosi, solo con ciò che abbiamo sempre a disposizione: noi stessi. E il risultato? Una carica di entusiasmo che ci porteremo dietro a lungo.

Un grazie di cuore a tutti i partecipanti, al formatore, al coordinamento dei mediatori di Cooperativa Società Dolce e a chi ha reso possibile questo laboratorio. I ritmi restano nelle mani e nei piedi… ma soprattutto nei cuori! ❤️🥁

Matrimoni dietro le sbarre: storie di amore, dignità e scelte coraggiose

Sì, è possibile sposarsi in carcere. E può succedere che i due sposi decidano di proferire il grande “si, lo voglio” anche in un contesto un po’ insolito e meno romantico, come una saletta della Casa circondariale.

Non solo burocrazia, ma una scelta potente

Il matrimonio in carcere non è solo un atto burocratico. È una scelta potente. A volte è il desiderio di consolidare un legame che ha retto nonostante tutto. Altre volte è un passo nuovo, nato proprio durante la detenzione. Sempre, però, è un modo per affermare qualcosa che il carcere non può togliere: la dignità delle relazioni, il diritto a una dimensione affettiva, il bisogno di essere riconosciuti come persone, non solo come condannati.

Una popolazione giovane e spesso sola

Al 31 dicembre scorso erano presenti in carcere circa 57.000 detenuti. Si tratta di una popolazione detenuta molto giovane (il 54% ha meno di 40 anni) e spesso senza una famiglia (il 39% è celibe/nubile), che non riesce ad usufruire di benefici ben più importanti, quali ad esempio le misure alternative al carcere.

Noi di A.Vo.C. – Associazione Volontari Carcere odv – lo sappiamo bene, perché da oltre 32 anni lavoriamo dentro le mura della casa circondariale di Bologna, a fianco di chi è privato della libertà personale. Così tra le tante cose che facciamo (ascolto, supporto, orientamento, vestiario, assistenza ai colloqui e molto altro), capita ogni tanto che qualcuna delle persone detenute di cui ci occupiamo, ci chieda di aiutare, affiancando la figura dell’educatore di riferimento e i familiari esterni, a organizzare il proprio matrimonio. Perché anche dietro le sbarre ci sono affetti veri, storie complicate, relazioni capaci di resistere persino al tempo e alla distanza.

Dietro le quinte di un matrimonio in carcere

Dietro ogni richiesta di matrimonio ci sono aspetti burocratici da affrontare: documenti da reperire, firme da autenticare, domande da scrivere. E persino bouquet, dolci, fiori e bevande da autorizzare all’ingresso. Sono piccoli aspetti che rendono speciale una giornata ordinaria, specialmente se – come spesso capita – la data del rito civile viene autorizzata in un giorno feriale e non festivo.

Essere presenti come volontari a dare un semplice aiuto, può forse apparire come un piccolo gesto di cortesia ma si rivela molto più di questo. Con pazienza, con attenzione, con la consapevolezza che non si tratta solo di “formalità”, ma di scelte che parlano di libertà interiore.

Un rito essenziale ma carico di significato

Certo, in un contesto come il carcere è difficile immaginare di ricostruire l’effetto scenico che hanno solitamente i matrimoni. Non c’è musica, non c’è boato degli amici/familiari, nessuna macchina che accompagni la futura sposa decorata con fiocchi, né il riso lanciato. Solo i due sposi con i familiari stretti attorno, un piccolo rinfresco autorizzato, un vestito messo da parte per l’occasione. Un “sì” detto in un contesto che tutto farebbe pensare tranne che alla festa. Eppure, proprio lì, spesso si percepisce qualcosa di autentico, una forte carica simbolica.

Seguire queste storie per noi non è solo parte del lavoro di volontariato. È anche un modo per ricordare che la pena non può mai cancellare l’umanità. La legge lo dice chiaramente: la pena deve tendere alla rieducazione e al rispetto della persona. E l’amore – in tutte le sue forme, pur imperfette, difficili, ma vitali – fa parte di questo rispetto.

Chi si sposa in carcere spesso lo fa con fatica, con emozione, con coraggio. A noi il compito di garantire che possa farlo con la dignità che ogni scelta d’amore merita.

Maria Caterina Bombarda, AVoC odv