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Cultura, affettività e diritti umani: cosa accade in carcere quando le relazioni diventano ponti

Parlare di diritti umani all’interno di un Festival dedicato a questo tema significa anche guardare ai luoghi dove i diritti rischiano più facilmente di essere negati o dimenticati: le carceri.
Spesso percepiti come spazi lontani dalla vita quotidiana, sono invece lo specchio autentico del livello di civiltà di una società. È lì, nei luoghi di reclusione, che la dignità della persona deve essere affermata con maggiore forza. Ed è proprio da lì che può partire un percorso di riconciliazione con sé stessi e con la comunità esterna.

In questo contesto si inserisce il lavoro di A.Vo.C., che da anni porta avanti attività culturali ed espressive come strumenti di risocializzazione. Cultura e affettività, infatti, sono due dimensioni capaci di rimettere in movimento ciò che l’esperienza detentiva tende a bloccare: la comunicazione, il senso di identità, la relazione con l’altro.


Laboratori che aprono spazi

Nel corso dell’ultimo anno A.Vo.C. ha avviato diversi laboratori all’interno della Casa Circondariale Rocco D’Amato di Bologna, in collaborazione con il Consorzio l’Arcolaio e la Cooperativa Società Dolce, nell’ambito del progetto “Territori per il Reinserimento”, finanziato dalla Cassa delle Ammende, dalla Regione Emilia-Romagna e dal Comune di Bologna.

Tra questi, due hanno avuto un ruolo particolarmente significativo: il laboratorio di piccolo artigianato e quello di origami modulari.
Il loro valore non sta solo nelle competenze pratiche che trasmettono, ma soprattutto nel contesto umano che creano: un ambiente in cui la fiducia, l’ascolto e la creatività diventano occasioni di crescita.

Un ringraziamento speciale va alla mediatrice culturale Carolina Sifontes, che ha seguito con dedizione la progettazione, e ai volontari Fabio Berlanda, responsabile dell’area progetti, Giacomo Marchesini, ideatore del laboratorio di artigianato, e Tobia Collodet, presenza costante e preziosa.


Giovani adulti e un plastico di legno che parla di appartenenza

Il laboratorio di piccolo artigianato ha coinvolto giovani detenuti tra i 20 e i 25 anni, spesso protagonisti di percorsi detentivi brevi e frammentati, segnati dal fenomeno delle “porte girevoli”.
Per loro costruire un plastico in legno delle Due Torri di Bologna è stato molto più che un esercizio manuale: è stato un gesto simbolico.
Significa contribuire, seppure in modo semplice, alla città che vivono quasi sempre solo attraverso i racconti, ma a cui appartengono.
Un modo per dire: “Ci siamo anche noi”.

E in questo riconoscimento silenzioso c’è già molto della nozione di diritto umano: il diritto a essere parte di una comunità.


Origami nella sezione protetti: quando una piega diventa un gesto di cura

Il laboratorio di origami prosegue invece da due anni nella sezione protetti, una delle più isolate. Lì vivono persone che portano addosso non solo il peso della detenzione, ma anche quello di uno stigma sociale più forte.

Si è cominciato da un’azione semplice: piegare la carta insieme.
E da quel gesto è nata una dimensione di serenità, di ascolto reciproco, di umanità condivisa.

Gli oggetti creati — a volte piccoli, a volte sorprendenti nella loro complessità — vengono spesso donati a operatori, volontari o familiari. È un atto simbolico, ma potentissimo: dice che, nonostante tutto, si può ancora comunicare.

Oggi il laboratorio va avanti autonomamente: ogni giovedì le persone detenute si ritrovano nella saletta di socialità per continuare a creare nuove figure. Quando possibile, i volontari sono con loro. A volte si parla molto; altre, si lavora in silenzio. Ma è un silenzio che costruisce legami.


Cultura, emozioni e conoscenza di sé

Accanto ai laboratori manuali, A.Vo.C. propone percorsi culturali ed educativi che stimolano la riflessione sulle emozioni e sulla propria storia personale.

Le attività sono molte:

  • lettura di poesie e brani d’autore, per attivare pensieri e ricordi
  • analisi di immagini e fotografie, da cui emergono interpretazioni legate alla percezione di sé e del limite (morale, fisico, emotivo)
  • ascolto di musica, soprattutto su temi come libertà, nostalgia, speranza, amicizia
  • visione di film, scelti dagli stessi detenuti, come occasione per discutere di autorità, relazioni familiari, crescita
  • esercizi di scrittura, tra cui lettere a sé stessi, al giudice, a un amico immaginario o a un “io” del passato
  • imitazioni creative, che trasformano testi seri in versioni ironiche, prose in poesie, e viceversa

La regola è una sola: non si parte mai chiedendo direttamente “parlami di te”.
Si parte da un testo, da un’immagine, da una canzone. Il resto arriva da sé, in modo naturale e spesso sorprendente.

Alla fine di ogni percorso viene spesso chiesto di scrivere una pagina personale: ne emergono riflessioni profonde, consapevolezze nuove, a volte veri e propri cambi di prospettiva.


Costruire ponti: quando i mondi finalmente si parlano

Tutto il lavoro di A.Vo.C. in carcere si può riassumere in un’immagine semplice: la costruzione di ponti.
Ponti tra la persona e la sua storia, tra il dentro e il fuori, tra mondi che altrimenti non si incontrerebbero mai.

Creare ponti significa anche avvicinare realtà che spesso non si conoscono o non si parlano.
E quando finalmente succede, accade qualcosa di straordinario: si genera riconoscimento, empatia, umanità condivisa.

Un esempio molto bello arriva da uno dei nostri incontri scuola–carcere.
Dopo un dialogo tra studenti e volontari, un ragazzo ha voluto lasciare un messaggio ai detenuti. Si chiama Michelangelo, e le sue parole dicono molto più di qualsiasi discorso teorico sul valore del dialogo tra mondi lontani:

“Vi scrivo per farvi arrivare un pensiero sincero, per farvi sapere che non siete soli nel silenzio delle vostre giornate. Scrivo queste parole con il cuore aperto, e spero di raggiungervi anche se non ho avuto modo di conoscervi.
So che la vostra realtà è particolarmente dura e ogni giorno richiede una forza enorme, spesso silenziosa.
E infine desidero dirvi che non siete dimenticati e vi sono vicino con rispetto e umanità.
Spero che queste parole possano portarvi un po’ di gioia, respiro e presenza in quella stretta buia cella”.

Da: Michelangelo, 14 anni*

Ecco: anche questo significa parlare di diritti umani.

Significa aprire spazi dove la parola circola, dove il dolore viene riconosciuto, dove ciò che è separato torna a comunicare.
Significa scoprire che, quando i ponti si costruiscono davvero, non cambiano solo le persone che vivono il carcere, ma cambiano anche gli sguardi di chi sta fuori.

E proprio lì, tra due mondi che finalmente si incontrano, nasce qualcosa di straordinario.

Origami e piccolo artigianato dal Carcere di Bologna

Dal 20 al 31 ottobre 2025 – Biblioteca Salaborsa, Piazza del Nettuno 3

Discorso di presentazione

di M. Caterina Bombarda, Presidente A.Vo.C. odv

Buon pomeriggio a tutte e a tutti,

oggi è una giornata davvero importante per la nostra associazione, perché finalmente diamo risalto a un percorso che ha richiesto tempo, dedizione e fiducia. Dopo un anno di attività per il laboratorio di piccolo artigianato e due anni di lavoro per quello di origami, possiamo condividere con la città il risultato di questi progetti di reinserimento sociale delle persone detenute nella Casa Circondariale Rocco D’Amato – Dozza.

Prima di entrare nel merito, desidero salutare e ringraziare le persone che hanno accolto il nostro invito e che oggi sono qui con noi:

  • Matilde Madrid, assessora al Welfare del Comune di Bologna,
    Antonio Ianniello, Garante per i Diritti delle Persone private della Libertà personale del Comune di Bologna,
  • Annalisa Faccini, direttrice dell’Area Coesione Sociale di ASP Città di Bologna 
  • Sara Buttura, referente per la Cooperativa Sociale Società Dolce

Grazie davvero per la vostra presenza e per la collaborazione preziosa che ci avete offerto in questo cammino.

Questa mostra può sembrare, a prima vista, una piccola goccia nell’oceano. E forse lo è. Ma è proprio nelle piccole cose che si misurano i passi concreti verso il cambiamento.
Gli origami di carta e le opere in legno che vedete qui non sono semplici oggetti: sono il frutto di un percorso di formazione, ascolto e fiducia, nati nei laboratori promossi da A.Vo.C. in collaborazione con il Consorzio l’Arcolaio e la Cooperativa Società Dolce, nell’ambito del progetto “Territori per il Reinserimento”, finanziato dalla Cassa delle Ammende Regione Emilia-Romagna e il Comune di Bologna.

Desidero ringraziare in particolare Carolina Sifontes, mediatrice culturale che ci ha seguito con grande dedizione in tutta la fase di progettazione e i nostri soci volontari, tra loro: Fabio Berlanda, responsabile dell’area progetti di A.Vo.C., per l’impegno costante, Giacomo Marchesini, mente creativa del laboratorio di piccolo artigianato e Tobia Collodet.

Come dicevo, il valore di questi laboratori è anche nel contesto da cui provengono.
Il laboratorio di piccolo artigianato, dedicato alla costruzione del plastico in legno delle Due Torri di Bologna, ha coinvolto i giovani adulti detenuti nella fascia tra i 20 e i 25 anni. Si tratta di persone spesso caratterizzate da percorsi di detenzione brevi e discontinui, soggette a quello che chiamiamo fenomeno delle porte girevoli: entrate e uscite dal carcere che rendono difficile costruire un progetto di vita stabile.
Per loro, partecipare a un laboratorio di artigianato significa non solo imparare un mestiere, ma anche contribuire simbolicamente alla città, scegliendo di rappresentare proprio le Torri di Bologna: un segno di appartenenza, un modo per dire “ci siamo anche noi”.

Diverso ma altrettanto importante è il laboratorio di origami, attivo da due anni nella sezione protetti della Dozza.
Parliamo di persone che vivono in una condizione di maggiore isolamento per motivi di sicurezza, e che spesso portano su di sé un forte stigma sociale. Con loro abbiamo costruito una relazione a partire da un gesto semplice: piegare la carta insieme.
Attraverso gli origami modulari si è creata una dimensione di serenità, di ascolto reciproco, di umanità. Molti dei lavori realizzati vengono donati ai volontari, agli operatori, alle famiglie. È un modo per comunicare, per sentirsi ancora parte di una comunità.

Il laboratorio oggi prosegue in autonomia: ogni giovedì, nella saletta di socialità del carcere, le persone detenute si ritrovano per creare figure sempre più complesse. E noi volontari, quando possiamo, siamo lì con loro — per condividere un po’ di tempo, di parole e di silenzio.

Credo che sia proprio questo il senso profondo del nostro impegno: costruire ponti di relazione tra mondi che troppo spesso restano separati.
Dietro ogni piega e ogni tavoletta di legno c’è una storia di riscatto, un gesto di fiducia, un desiderio di ricominciare.

Vi ringrazio di cuore per essere qui oggi e per l’attenzione che dedicate a queste esperienze.
Ora passo volentieri la parola ai nostri ospiti, che ci aiuteranno a raccontare da diverse prospettive il valore e il significato di questo percorso.

Bologna, 25/10/2025

“Dona la spesa”: una giornata di solidarietà in COOP per i detenuti

Si è conclusa oggi con “Dona la spesa” una delle esperienze di generosità più emozionanti dell’anno.
Presso la Extracoop Centro Nova di Castenaso, abbiamo partecipato alla raccolta solidale di materiale scolastico che come AVoC abbiamo destinato alle persone detenute che frequentano percorsi di studio all’interno del carcere.

Fin dal mattino, tantissimi volontari si sono alternati davanti ai carrelli, accogliendo con un sorriso i cittadini che, con grande disponibilità, hanno deciso di donare quaderni, penne, matite, astucci e tutto ciò che può servire per studiare.
Abbiamo chiacchierato con le persone, spiegato il progetto e riempito scatoloni ordinati che andranno nei nostri magazzini per essere poi distribuiti alle associazioni amiche e soprattutto a chi, detenuto, sta cercando di ricostruire il proprio futuro attraverso l’istruzione.

Perché il materiale scolastico è così importante in carcere

Studiare in carcere non è facile. In Italia, solo una piccola percentuale dei detenuti riesce a frequentare l’università (circa il 3% a livello nazionale).
Le adesioni ai corsi di scuola media e superiore sono più alte, attorno al 34%, ma restano comunque una sfida che richiede grande impegno da parte dei Centri per l’Istruzione degli Adulti (CPIA), degli insegnanti e dei volontari che li sostengono.

Quaderni e penne possono sembrare dettagli, ma per chi vive dietro le sbarre sono strumenti di libertà: servono per fare i compiti, prendere appunti, preparare un esame o un diploma di scuola media, superiore e, in alcuni casi, persino per accedere a un percorso universitario.

Un gesto di speranza

Ogni quaderno lasciato nel carrello oggi è stato un gesto di speranza.
Speranza che, anche dopo la prova del carcere, queste persone possano trovare un nuovo cammino fatto di conoscenza, autonomia e fiducia nel proprio futuro.

Un grazie di cuore a tutti i volontari e a chi ha donato: la vostra generosità è la prova concreta che la comunità sa accogliere e credere nel cambiamento.


Vuoi dare una mano anche tu?

Se desideri partecipare alle prossime raccolte o diventare volontario AVOC, scrivici.
Ogni gesto, anche il più piccolo, può aprire una porta verso il futuro di qualcuno.

Dalla Dozza alla Tanzania: gli astucci che uniscono donne e ragazze

A inizio agosto 2025 sono stati distribuiti i kit scolastici realizzati dalle detenute del laboratorio di cucito e uncinetto della Casa circondariale di Bologna. Una storia di solidarietà che attraversa i confini.

Ragazze dell’Associazione Amici Mondo Indiviso (AMI) con i bambini del centro sociale

Dopo mesi di impegno, creatività e lavoro condiviso, a inizio agosto 2025 sono stati distribuiti gli astucci realizzati dalle donne detenute del carcere Dozza. Si tratta di un traguardo importante per il laboratorio di cucito e uncinetto, uno spazio che non è solo produzione di oggetti ma soprattutto occasione di incontro, di crescita personale e di restituzione alla comunità.

Il laboratorio, riavviato dall’Associazione Avoc odv nell’autunno del 2023 dopo la lunga interruzione dovuta alla pandemia, coinvolge attualmente 12 donne nel cucito e 9 nell’uncinetto. Qui si imparano tecniche pratiche, si riparano abiti, si recuperano materiali per ridurre sprechi e rifiuti, ma soprattutto si coltiva un clima di accoglienza e serenità che dà valore al tempo vissuto insieme.

Negli ultimi due anni il gruppo ha portato avanti attività significative:

  • la partecipazione a un defilé sul riuso e lo “spreco zero”, in collaborazione con DressAgain e Gomito a gomito;
  • la produzione di 75 quadratoni all’uncinetto per la grande coperta di “W Vittoria” a Ferrara, durante le giornate di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne;
  • la preparazione dei pacco-dono natalizi (borse, sciarpe, cappelli, piccoli giochi da tavolo), insieme al laboratorio maschile di piccola falegnameria, destinati alla casa di accoglienza L’Arca della Misericordia.
La solidarietà che attraversa i confini

Il passo successivo è stato ancora più ambizioso: la preparazione di un kit scolastico (borsa, astucci, pochette, portaocchiali) per sostenere il progetto in Tanzania dell’associazione Amici Mondo Indiviso (AMI), che promuove l’istruzione femminile attraverso borse di studio universitarie e liceali per ragazze indigenti.

Gli astucci prodotti alla Dozza sono destinati alle studentesse dello studentato di Mwanza – già casa per 17 ragazze universitarie, in gran parte future professioniste sanitarie – e ai bambini del centro sociale di AMI, che accoglie una sessantina di giovani della periferia.

A portarli in Tanzania è stato, ad agosto, un gruppo di ragazze italiane in partenza per un mese di esperienza missionaria. Gli astucci e gli altri oggetti realizzati nel laboratorio non sono semplici prodotti: diventano un ponte di solidarietà, che collega le donne della Dozza a ragazze e bambini dall’altra parte del mondo.

Questa consegna di metà luglio 2025 rappresenta molto più di un traguardo operativo: è la testimonianza che anche dentro le mura di un carcere si può generare cura, dignità e futuro condiviso.

Maria Caterina Bombarda

🎶 Ritmi in Gioco: un’estate a tempo di body percussion!

Si è appena conclusa un’esperienza che ci ha riempito di energia e sorrisi: il laboratorio di body percussion “Ritmi in Gioco”, organizzato da AVOC in collaborazione con la Cooperativa Società Dolce nell’ambito del progetto TPR Area 2 presentato lo scorso gennaio.

Presso la Casa circondariale “Dozza” di Bologna, un gruppo di giovani ragazzi tra i 21 e i 25 anni si è messo in gioco, letteralmente, imparando a suonare assieme gli strumenti musicali (tra cui congas, cembali, campanacci e timpani), e a trasformare il proprio corpo in uno strumento musicale. Con mani, piedi, voce e un pizzico di creatività, grazie al docente percussionista Manuele Preti, abbiamo esplorato insieme i suoni e le possibilità infinite della body percussion, affiancandola all’uso di strumenti a percussione tradizionali.

Il percorso, strutturato in incontri da due ore durante i mesi di luglio e agosto, è stato un mix di tecnica e divertimento: abbiamo imparato la notazione ritmica di base, sperimentato sequenze individuali e di gruppo, scoperto la magia della poliritmia, con più ritmi che si intrecciano contemporaneamente, e infine creato composizioni originali che abbiamo eseguito tutti insieme. Non solo: più volte è capitato che i ragazzi scendessero per il laboratorio in aula pedagogica portando addirittura le proprie composizioni musicali da suonare e ritmare in gruppo.

Molto più della musica!

Oltre alla musica, c’è stato molto altro: ascolto reciproco, coordinazione, collaborazione e, soprattutto, il piacere di condividere un’attività che unisce e fa sentire parte di un gruppo.

Per molti è stato il primo approccio alla musica “da dentro”, senza spartiti complicati o strumenti costosi, solo con ciò che abbiamo sempre a disposizione: noi stessi. E il risultato? Una carica di entusiasmo che ci porteremo dietro a lungo.

Un grazie di cuore a tutti i partecipanti, al formatore, al coordinamento dei mediatori di Cooperativa Società Dolce e a chi ha reso possibile questo laboratorio. I ritmi restano nelle mani e nei piedi… ma soprattutto nei cuori! ❤️🥁

Matrimoni dietro le sbarre: storie di amore, dignità e scelte coraggiose

Sì, è possibile sposarsi in carcere. E può succedere che i due sposi decidano di proferire il grande “si, lo voglio” anche in un contesto un po’ insolito e meno romantico, come una saletta della Casa circondariale.

Non solo burocrazia, ma una scelta potente

Il matrimonio in carcere non è solo un atto burocratico. È una scelta potente. A volte è il desiderio di consolidare un legame che ha retto nonostante tutto. Altre volte è un passo nuovo, nato proprio durante la detenzione. Sempre, però, è un modo per affermare qualcosa che il carcere non può togliere: la dignità delle relazioni, il diritto a una dimensione affettiva, il bisogno di essere riconosciuti come persone, non solo come condannati.

Una popolazione giovane e spesso sola

Al 31 dicembre scorso erano presenti in carcere circa 57.000 detenuti. Si tratta di una popolazione detenuta molto giovane (il 54% ha meno di 40 anni) e spesso senza una famiglia (il 39% è celibe/nubile), che non riesce ad usufruire di benefici ben più importanti, quali ad esempio le misure alternative al carcere.

Noi di A.Vo.C. – Associazione Volontari Carcere odv – lo sappiamo bene, perché da oltre 32 anni lavoriamo dentro le mura della casa circondariale di Bologna, a fianco di chi è privato della libertà personale. Così tra le tante cose che facciamo (ascolto, supporto, orientamento, vestiario, assistenza ai colloqui e molto altro), capita ogni tanto che qualcuna delle persone detenute di cui ci occupiamo, ci chieda di aiutare, affiancando la figura dell’educatore di riferimento e i familiari esterni, a organizzare il proprio matrimonio. Perché anche dietro le sbarre ci sono affetti veri, storie complicate, relazioni capaci di resistere persino al tempo e alla distanza.

Dietro le quinte di un matrimonio in carcere

Dietro ogni richiesta di matrimonio ci sono aspetti burocratici da affrontare: documenti da reperire, firme da autenticare, domande da scrivere. E persino bouquet, dolci, fiori e bevande da autorizzare all’ingresso. Sono piccoli aspetti che rendono speciale una giornata ordinaria, specialmente se – come spesso capita – la data del rito civile viene autorizzata in un giorno feriale e non festivo.

Essere presenti come volontari a dare un semplice aiuto, può forse apparire come un piccolo gesto di cortesia ma si rivela molto più di questo. Con pazienza, con attenzione, con la consapevolezza che non si tratta solo di “formalità”, ma di scelte che parlano di libertà interiore.

Un rito essenziale ma carico di significato

Certo, in un contesto come il carcere è difficile immaginare di ricostruire l’effetto scenico che hanno solitamente i matrimoni. Non c’è musica, non c’è boato degli amici/familiari, nessuna macchina che accompagni la futura sposa decorata con fiocchi, né il riso lanciato. Solo i due sposi con i familiari stretti attorno, un piccolo rinfresco autorizzato, un vestito messo da parte per l’occasione. Un “sì” detto in un contesto che tutto farebbe pensare tranne che alla festa. Eppure, proprio lì, spesso si percepisce qualcosa di autentico, una forte carica simbolica.

Seguire queste storie per noi non è solo parte del lavoro di volontariato. È anche un modo per ricordare che la pena non può mai cancellare l’umanità. La legge lo dice chiaramente: la pena deve tendere alla rieducazione e al rispetto della persona. E l’amore – in tutte le sue forme, pur imperfette, difficili, ma vitali – fa parte di questo rispetto.

Chi si sposa in carcere spesso lo fa con fatica, con emozione, con coraggio. A noi il compito di garantire che possa farlo con la dignità che ogni scelta d’amore merita.

Maria Caterina Bombarda, AVoC odv

Maria Caterina Bombarda

Presidente di A.Vo.C. ODV

Sono una giornalista freelance da molti anni, con una forte passione per i temi sociali e un’attenzione particolare al mondo del carcere. Mi occupo di comunicazione, formazione e progettazione culturale, cercando sempre di creare connessioni tra le persone e il territorio.

Dall’ottobre 2024 sono Presidente di A.Vo.C., dove coordino le attività dell’associazione, il lavoro dei volontari e la pianificazione degli incontri e degli eventi. Negli anni ho maturato esperienze sia come redattrice che come coordinatrice di progetti educativi in carcere, collaborando con scuole, enti pubblici e realtà del terzo settore.

Credo nel potere delle parole, dell’ascolto e della cura delle relazioni, e metto queste competenze a disposizione della nostra comunità di volontari.


Esperienze principali:

  • Giornalista radio-televisiva e redattrice per testate come Il Regno, La Civiltà Cattolica, Radio Vaticana, Liberi Dentro EduRadio&TV
  • Coordinatrice di progetti educativi e culturali in carcere (laboratori, eventi, dialogo interreligioso)
  • Mentor nelle scuole e formatrice su temi di inclusione, diritti e giustizia sociale
  • Collaboratrice presso l’Ufficio del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, Assemblea legislativa Regione Emilia-Romagna
  • Esperienza in comunicazione istituzionale e uffici stampa

Formazione:

  • Laurea magistrale in Comunicazione pubblica e giornalistica – Università di Bologna
  • Master in Editoria – Università di Verona

Diventa volontariə con AVoC!

Ogni anno apriamo le porte a un piccolo gruppo di nuovə volontariə, per costruire una squadra unita e garantire un’esperienza davvero significativa.
I posti sono limitati, anche per garantire un servizio affiatato e di affiancamento tra volontariə nuovə ed espertə : per questo a novembre, prima di iniziare la formazione, facciamo dei colloqui con chi vuole unirsi a noi.

Vogliamo conoscerti e capire insieme se questo percorso fa per te!


🔍 Cosa cerchiamo

Per partecipare al progetto è necessario:

  • ✅ Avere almeno 18 anni
  • ✅ Non avere condanne penali o carichi pendenti
  • ✅ Garantire una disponibilità di almeno una volta alla settimana a impegnarsi nei gruppi che compongo i nostri servizi di volontariato anno
    (d’estate siamo più flessibili, soprattutto per chi non vive a Bologna)
  • ✅ Partecipare alle assemblee una volta al mese, alle riunioni del proprio gruppo di riferimento e alle varie attività e incontri di formazione

🌱 Come viviamo il volontariato

In AVoC ogni volontariə è parte attiva del progetto.
Crediamo nella partecipazione, nell’ascolto e nella condivisione.
Tutti possono proporre idee, organizzare attività e contribuire alla vita dell’associazione.

Inclusione per noi significa accogliere e valorizzare ogni persona:
non solo le persone detenute che incontriamo che incontriamo, ma anche chi sceglie di camminare con noi.


✨ Vuoi unirti a noi?

Se ti rivedi in questi valori e vuoi metterti in gioco, ti aspettiamo ai colloqui di conoscenza.
Scrivici per ricevere tutte le informazioni!

Il Direttivo di AVoC

ALMENO QUELLO CHE GIÀ C’È…

Comunicato stampa sul trasferimento di giovani detenuti presso il carcere “Dozza” di Bologna

La notizia del trasferimento al carcere della Dozza di giovani adulti dell’Istituto Penale Minorile ‘Siciliani’ (Pratello), assieme ad altri giovani provenienti da altre carceri del Paese, con conseguente impatto riorganizzativo sulla struttura ospitante e soprattutto sulle persone ospitate, ci inquieta insieme a loro e ci riempie di preoccupazione.

Mentre ci risulta certa e già avvenuta la firma del provvedimento da parte del Ministro Nordio, la scarsità d’informazioni su quello che succederà e sulle modalità di attuazione ci sollecita a far sentire la nostra voce.

Non siamo dentro i processi decisionali, ma siamo dentro il contesto che si occupa stabilmente e con modalità varie del fatto che il periodo della detenzione per ciascuno, giovane o adulto, corrisponda alla realizzazione del dettato della Costituzione Italiana con particolare riferimento all’art.27.

Ci occupiamo di accoglienza, cura, scuola, formazione, lavoro, tempo libero, cultura, rapporti parentali… attraverso percorsi di accompagnamento delle persone in vista di una rigenerazione che dia senso al tempo della loro restrizione e sia significativa per un futuro buono, nella convinzione che la sicurezza della società è garantita soprattutto da persone pienamente consapevoli dei loro diritti e dei loro doveri: tutti cittadini, nessuno escluso, a maggior ragione quelli con riduzione attuale della libertà personale.

I trasferimenti non sono necessariamente provvedimenti negativi, ma è impensabile e ingiusto che i criteri per realizzarli si fondino esclusivamente sulle quantità delle persone da trasferire e sui metri quadrati disponibili (anche non disponibili!!!). Gli stessi trasferimenti interni comportano costi umani oltre che organizzativi.

Le persone non sono entità da prelevare nella loro singolarità da un ambiente e da immettere in un altro, disinteressandosi del contesto vitale che fin qui li ha sostenuti e delle proposte di accoglienza e di accompagnamento che si possono offrire nel nuovo inserimento.

Sulla ricchezza di opportunità attualmente a disposizione delle istituzioni penitenziarie cui facciamo riferimento ci sono investimenti importanti in termini di risorse, competenze, persone dedicate. Non solo le città sede di carcere e le Istituzioni varie, ma anche organismi privati sono coinvolti per garantire continuità e spessore ad azioni di costruzione dell’agio delle persone ristrette. C’è una convinzione che collega tutto questo dispiegarsi di potenzialità: il carcere è società e questo mette in campo ed esige una reciproca responsabilità. Restituire alla società una persona che, dopo la detenzione, abbia goduto di percorsi formativi, lavorativi, appreso relazioni sane è un ‘vantaggio’ per l’intera società. 

D’altro canto, negare o interrompere tali opportunità attuando solo interventi contenitivi, oltre a disumanizzare la persona detenuta, disumanizza l’intera società.

In particolare, per usare le parole del presidente Mattarella: “I detenuti devono potere respirare un’aria diversa da quella che li ha condotti alla illegalità e al crimine. Su questo sono impegnati generosi operatori, che meritano di essere sostenuti” (dal Discorso di fine anno 2024 del presidente Sergio Mattarella).

Se ovviamente è compito dell’Amministrazione competente – e non di altri – programmare, decidere, attuare, riteniamo che eludere completamente la comunità civile che opera nelle carceri, oltre che irriguardoso, sia anche scarsamente efficace e poco lungimirante.

Chiediamo all’Amministrazione penitenziaria che alle persone in procinto di essere trasferite siano garantite ospitalità adeguata e continuità dei percorsi di cui hanno fruito precedentemente, creando anche le condizioni perché tutto questo sia possibile.

Immaginiamo che perché questo sia realizzabile serva anche del tempo: noi garantiamo la massima disponibilità di collaborazione e anche di ricerca di ulteriori mezzi per far ”atterrare” un progetto sensato per tutti. Sì, perché di progetto si deve parlare e, in ogni caso, ad un progetto occorre mettere mano. Rispettoso della dignità delle persone.

Noi, operatori e volontari che lavorano negli Istituti di pena e sul territorio, divulgheremo questi pensieri, le nostre reti sono ricche di contatti: non accontentatevi del semplice potere che avete di andare avanti comunque. I rapporti di forza non costruiscono mai “cose” buone e durature. «Ciò che viene costruito sul fondamento della forza e non sulla verità riguardo alla pari dignità di ogni essere umano incomincia male e finirà male» (papa Francesco ai vescovi USA 10.02.2025).

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Acli Provinciali di Bologna APS

Albero di Cirene

Associazione C.I.M.F.M.

AvoC (Ass.Volontari Carcere)

Cappellania Carcere ‘R.D’Amato’

Cefal

Coordinamento Carcere Navile

IIPLE

L’AltroDiritto

Liberi di Studiare

Liberi dentro – Eduradio

Penny Wirton Faenza

Poggeschi per il carcere

Osteria Formativa Brigata del Pratello

Sport libera tutti

UISP

Uva passa

Lista in aggiornamento